A Roma (ma non è la nostalgia che ritorna), c'è un quartiere antico e bellissimo, San Saba; anche se col tempo è sempre più diventato solo il quartiere dei matrimoni dei vip, purtroppo, e dei danarosi; dei vip che vi abitano. Esso sorge sul colle Aventino.
Il nome è legato a questo santo di Cappadocia, Saba, i cui seguaci, nel VII secolo si insediarono in loco, creandovi un monastero ed una basilica omonimi. Anche se San Saba era vissuto almeno un secolo prima.
Mi veniva in mente stamani mentre mi si chiedeva di parlare del silenzio, quest'oggi, per degli "esercizi spirituali": che è poi come parlare del non parlare, del non emetter suono.
Dopodiché è pur vero che, pur non parlando e non emettendo suono alcuno, noi parliamo ancora e quasi sempre, anche solo pregando e senza proferir parola alcuna.
Il silenzio non è mai nulla: è sempre qualcosa; dentro c'è sempre qualcosa; e quindi ha una voce ed un linguaggio, profondissimo; e per il quale facciamo esperienza tangibile di essere inadeguati, di non avere un lessico sufficiente: sentiamo la melodia ma non conosciamo il testo: semmai gli effetti, dopo.
Dico di questo, perché san Saba, come altri, fu questo silenzio dialogante che seguì mentre si rifugiava ad ascoltare quel suono che gli sembrava di sentire: se ne andò così da Alessandria e dal monastero in cui faceva vita comune, nella valle del Cedron, in una grotta impervia, dopo essere tornato a Gerusalemme.
Si arrampicava nella sua grotta umida, legandosi ad una scala fatta di funi (siamo nel 478) e così si dedicava a quel dialogo silente.
Era chiaro che lì si parlava, dopotutto.
Furono quelle funi a farlo "scoprire" da altri desiderosi di quella musica, altri eremiti solitari. E fu così che il solitario Saba fu costretto a metter su la Grande Laura che è il luogo in cui, sull'antica regola di Pacomio, Saba creò quella comunità di fini uditori del silenzio, di sottili intenditori di musica dell'anima, di Dio che parla e che non si nasconde, se non a chi riempie le sue orecchie di altri suoni che non siano la sua voce.
Perché potrebbe tonare e farsi sentire in ogni modo, ma lascia liberi di sintonizzarci invece su quella lunghezza d'onda, di mettere a fuoco quel timbro e quel tono, senza costringere nessuno a farlo.
Bisogna scegliere: "parla che il tuo servo ti ascolta".