Ai tempi dell'imperatore Diocleziano, insieme ad altre migliaia di martiri, finirono tra le grinfie della Gestapo del tempo, come tra quelle di Priebke e Kappler; come nelle mani delle SS, anche Ermogene, Eufrago e un donna rimasta alla storia come Mena "dalla dolce voce", che recitava la salmodia e ogni preghiera come miele che scende sulla barba di Aronne e lungo la sua veste - per citare il salmo.
Anche perché, se questo vien detto del vivere assieme "ecco com'è dolce che i fratelli vivano assieme"; ancor più doveva dirsi per quelli disposti a morire insieme e l'un per l'altro, i martiri, quelli il cui sangue, a Roma, la giovane Prassede andava a raccogliere per pietà e devozione, per quello stesso motivo "culturale" per cui, in ambito ebraico - cristiano, il sangue è sempre stato il luogo della vita: la vita risiede in esso; noi sediamo sul nostro sangue che scorre e la vita scorre come il sangue nelle nostre vene.
Ai martiri che testimoniano con voce dolce come Mena e che quindi cantano per certi versi la lode di Dio con la loro bocca e con la loro vita ("andate e glorificate Dio con la vostra vita") dedica oggi il Salterio romano una bella pagina di Agostino, per la memoria del Papa Damaso che fra i primi diffuse il culto e la venerazione di chi testimoniò con la propria vita, fino a morirne - come dice l'Apocalisse.
A Mena la dolce, a Ermogene, Eufrago e a tutti i martiri non dobbiamo la "latria" come si potrebbe dare a Dio o, in alternativa agli idoli (idolatria) - dice Agostino - ma una venerazione che nulla ha a che vedere con quella adorazione che si deve a Dio che ha concesso a costoro di essere quel che sono stati: la sua figura in terra, la sua parola, la sua testimonianza; o - come per Mena - la sua dolce voce.
Tanto che Mena, cantando, doveva avere la dolce voce di Dio e, lamentandosi davanti al martirio, le lacrime e i singhiozzi di Nostro Signore, Mena che dolce suonava come la lira che vibrava tra le dita del Signore.
E' per questo che un artista fa vibrare il nostro cuore come se sentissimo la voce di Dio, la sua armonia, Bellezza; ed è ancora per questo che la Bellezza è la parola stessa di Dio che "lunghe tenebre all'universo meni" - dice Foscolo - sempre invocate però, come ciò che richiama all'Eterno e che rompe il fracasso continuo di questo mondo e il suo caos indistinto.
E' per questo che chiunque viva nel segno della Bellezza è un artista, una lira di Dio, e che ogni uomo, nella misura in cui è artista del proprio bello, secondo i propri talenti, è un dono di Dio ed è un suo talento da spendere sull'altare della Pace e della Concordia, del senso del caos.
Lei, che è rimasta alla storia come Mena dalla dolce voce, e che quasi è sola eco ormai, quasi sbiadita e solo evanescenza, voce che si perde nell'assoluto di un Dio che chiama sempre con le sue parole - noi, sue parole - è ricordata tra il profumo dei martiri della Chiesa ortodossa il giorno 10 dicembre.
Non si aggira sperduta per le selve come un'anima in pena, come la Pia, come la Berta dai Grandi piedi sulle Ardenne, come Pasifae innamorata di un toro: è evocazione e domanda, come la voce di ogni Olocausto, in un mondo che della Bellezza e di una voce, continua ad aver paura.