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Antropologi o psicologi

Pubblicato da enzo cilento su 10 Dicembre 2013, 20:46pm

Tags: #attuale

Gentile dottor Francesco D'Agostino, leggevo con attenzione quest'oggi il suo intervento sul quotidiano Avvenire in merito alle adozioni di minori da parte di coppie omosessuali.

Si faceva riferimento ovviamente - almeno sotto queste italiche latitudini - al caso che è stato deliberato dal Tribunale di Bologna, qualche settimana addietro.

Dice bene, dottore, per certi versi "il rischio che legiferino e che prendano il sopravvento certi psicologi aggressivi, in nome di certo scientismo totalizzante" è sicuramente concreto.

E' chiaro altresì che la deriva può portare ovunque: persino a legittimare la liceità di comportamenti assolutamente lesivi della personalità umana e del minore (mi viene in mente la sessualità "disturbata" del pedofilo, salvo sottolineare una volta di più che tra pedofilia e omosessualità non esistono rapporti più stretti e consequenziali di quelli esistenti tra eterosessualità e pedofilia).

La psicologia del resto può spiegare moltissimo, ma non tutto può rendere lecito.

Detto ciò, il passaggio che conduce alla sua successiva contrapposizione tra psicologia e antropologia non mi convince appieno.

Non si può prescindere dal fatto che antropologicamente la famiglia naturale sia il luogo preferenziale e tradizionale, naturale, generativo, per la crescita di un minore.

Ciò non di meno, nessuno può dire che comportarsi da genitori sia la stessa cosa che esserlo. Solo che, se così fosse e basta, non si darebbe per buona nessuna soluzione che contemplasse una qualsiasi forma di adozione o di affidamento; né d'altro canto si può dire che comportarsi da genitori - sotto qualsiasi tipologia familiare - sia meno "sano" ed idoneo che essere "genitori naturali o eterosessuali" pur non avendone le capacità e le qualità necessarie.

Un bambino deve crescere dove gli sono garantiti cura ed affetto; e, se vivesse - come capita - in una comunità ed in un collegio solo maschile e femminile, nessuno farebbe tutte queste obiezioni di fronte alla mancanza di una corrispettiva figura materna o paterna, sempre a condizione che quelle cure, quei supporti, quella amorevolezza genitoriale fossero garantiti.

Detto con grande rispetto, parlare di omosessualità solo come di sessualità disturbata tout court mi sembra offensivo per milioni di persone e anche per chi, operando a contatto con l'infanzia, nei collegi e nelle scuole, nonostante le proprie inclinazioni "disturbate", svolge con grande senso di responsabilità il proprio ruolo di educatore e di "genitore" sui generis cui, come il vecchio Socrate insegna, spetta generare valori e verità che sono al fondo di ogni uomo, del suo cuore e della sua intelligenza. In questo, professore, il Paese è molto più avanti dei nostri dibattiti.

Verrebbe da dire che anche antropologicamente dunque nulla vieta, a condizione di una maturità affettiva e sentimentale, culturale ed educativa, che questi minori siano affidati anche a chi dovesse avere inclinazioni omosessuali.

La logica è sempre quella del buon senso e della maturità e questo è in grado di valutarlo talora molto meglio la psicologia che non sia ideologica che non l'antropologia quando diventi schematica.

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