Siamo in tempi di poca luce; fa quasi notte sui nostri Paesi del tramonto, e il compito del poeta è quello di un soldato di guardia. Ho però una certezza: tutti i fermenti di un possibile, prossimo rinascimento si trovano già nella poesia esistente, quella del nostro passato prossimo ma anche del più remoto.
Come nel primo Rinascimento bisogna tornare ai grandi miti, al tesoro di storie e di immagini accumulate dallo spirito umano, di cui il senso non è mai fissato per sempre, ma richiede sempre uno sguardo nuovo. Bisogna anche non vergognarsi di essere un poeta, cioè un artista della lingua che attinge immagini e parole da questa fonte antica.
Jean Yves Masson, poeta.
Non ci si può vergognare infatti di essere poeta e di creare in immagini e suoni, in enti possibili ed immaginari; creare: come Dio crea quel "monstrum" che è l'uomo, il "creato" stesso.
Il nostro monstrum e la nostra mirabilia sono infatti popolati di acqua che sgorga nuova da fonti antiche; che è acqua, comunque; come dalle sorgenti e dalle fontane di montagna, in roccia, e nei chiostri; all'incrocio tra borghi e lungo mulattiere.
Non ci si può vergognare di essere poeti e artisti, se con questo è Dio stesso che continua la sua creazione ininterrotta e se questo del creare è l'atto del creato che continua l'opera del suo creatore. Poeti; parole e suoni, immagini.
Quando ci penso è il Cielo stellato di Van Gogh che scende come una tela sul golfo magico del teatro; è il Matteo del Vangelo di Bach; è la limpidezza del suono di Volfango Amedeo Mozart.
Non posso che ringraziare Dio per avermi fatto così: per non aver provato mai vergogna di sentirmi poeta; di leggerne, di poesia; di immaginarne ad ogni passo del mio andare.
Che è grazia poi la poesia ed è atto d'amore, somma consolazione e carità per chi è in cerca di conforto, di bellezza, di assoluto, di spirito che passa sulle cose e le trascende, che rimane per sempre, come un brillio: del cuore umano e della sua infinita fecondità.
E' carità essere artisti e poeti; donare questo a chi chiede in dono al Signore di parlare loro in qualche modo; di dar loro modo che non tutto è senza senso e finito; che forse un Dio occhieggia dietro tutto lo spettacolo di questo dar vita al nostro pensiero.
Una poesia - conclude Masson - deve sempre essere costruita come un tempio, cioè come uno spazio sacro dove regna il silenzio della presenza: ma questa presenza è quella del mondo, del nostro mondo, della terra.
Perciò non c'è poesia più grande del silenzio: che parla e suggerisce parole profonde; che vengono da un abisso e sono impronunciabili, gemiti inesprimibili e vitali che hanno tutte un Padre, che lo riconoscono e che cercano di pronunciarne il nome, "Abbà".
Poeta, dunque, figlio e infante (cioè, non ancora in grado di parlare) di Dio, nel nostro profondo.