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Le povere colpe di Nanà

Pubblicato da enzo cilento su 5 Dicembre 2013, 11:17am

Tags: #in vista

Tra i romanzi che hanno popolato la mia adolescenza campeggiano quelli della letteratura francese del XIX secolo: in modo particolare, almeno in una certa fase della mia carriera di lettore, mi avvicinavo con particolare voracità a Flaubert e Guy de Maupasssant; a Zola e poi a Gide: grosso modo "naturalismo" francese, come ci viene insegnato.

Se c'è una cosa che mi ha sempre convinto di quella stagione letteraria è l'avere individuato il peso del condizionamento sociale sulla libertà degli uomini e sulle loro scelte.

Certo, esiste l'eccezionalità dell'eroe (non in questi romanzi) e anche la grandezza e la singolarità del Santo (come non ricordare l'argomento principe di un libro come l'omonimo di Fogazzaro?) il quale Fogazzaro pure non può dirsi un "naturalista "tout court".

In definitiva però - e ritorno persino alle intuizioni di Dickens - si era colto anche in letteratura che la libertà è oltremodo minata e minacciata in una società dove il modello di vita e di sviluppo è disumano.

Le eroine di Zola (Nanà tra tutte, e la protagonista dell'Assomoir, del medesimo ciclo, peraltro) sono eroine al negativo, in controluce, vittime di un meccanismo (sviluppo industriale, urbanizzazione) che stravolge la società e fa naufragare vecchi valori e costumi di vita, facendo naufragare la stessa dignità della persona: la bellissima e spregiudicata Nanà, vittima anche di se stessa, alla fine si ammala di vaiolo e ne resta sfigurata.

Persino la bella Karenina che abbiamo rivisto sugli schermi infinite volte (l'ultima in questi giorni: non io, purtroppo) è vittima di questo cambiamento e condizionamento in atto.

Al "peccato" individuale (penso a Madame Bovary) che è però anche espressione di un'età "formale" e borghese, si sovrappone e si impone il "peccato" originale di un modello di sviluppo e di convivenza che fa degli uomini dei potenziali oggetti di questa spersonalizzazione e di questa disumanizzazione. Gli uomini finiscono col riconoscersi sempre di più nel ruolo sociale, nel censo e nel proprio potere seduttivo, dimenticando una propria vocazione interiore (e non solo) che ne fa anime elette, che puntano alla realizzazione della propria elezione creativa e spirituale.

Gli artisti del tempo, le regine dei teatri parigini, ne sono una splendida espressione. Seducono fino a che il tempo lo consente, e al genio e all'arte (vissi d'arte, vissi d'amore) sacrificano ogni loro energia mentre talora ne fanno uso come di uno strumento di potere e di arricchimento (le cocottes sono spesso delle artiste, anche se non sono delle Eleonora Duse e neanche delle Isadora Duncan).

Il divismo cammina al loro fianco perché solo una creatura sublime è in grado di vincere il mondo e di avvincerlo, di ammaliarlo (la Signora delle Camelie e tutte le grandi figure femminili dell'epoca): poi appassiscono e muoiono: come un fiore, talora "un fiore del male".

Eppure nessuno di noi può dire con assoluta certezza che si trattò di donne libere, così come nessuno di noi può pensare alle scelte individuali come a delle scelte di assoluta libertà: dovremmo vivere in una bolla di vetro o sotto la classica campana di vetro dei nostri santi.

La santità è fortemente condizionata dall'ambiente e dalla storia, dai modelli e dai suoi peccati intrinseci ed estrinseci, vorrei dire. I santi sono quelli che normalmente riescono ad esprimere un'anormalità rispetto al modello corrente; eppure nessuno che si sia lasciato abbindolare dal modello corrente può essere detto responsabile totalmente libero della sua "normalità".

Diciamo pure che "la mediocrità" della vita di tutti (che non è qui un termine dispregiativo) è lo stato comune a chi non ha la forza il coraggio e la fede dell'eccezionalità che poi altro non è che rimanere nell'ambito della più profonda vocazione umana: quella di non venir mai meno alla propria dignità di esseri umani. Che consiste poi infine nel saper trascendere il modello corrente individuando di contro un progetto finale che ad ogni uomo è affidato ma che spesso tutto concorre a far dimenticare.

Parlandone, giorni fa, mi ricordavo dei pesi eccessivi con cui spesso carichiamo la gente normale: soprattutto se non scendiamo dagli amboni e dai piedistalli e non mostriamo loro come si fa. In barba ad ogni letteratura.

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