C'è un regalo da chiedere a Santa Klaus che per altri coincide col S. Nicola che oggi ricordiamo ed è quello che siamo resi capaci di vedere, come i ciechi del Vangelo di quest'oggi.
Credere fiduciosi che questo regalo, come da bambini rivolgendoci al vecchio Babbo Natale, possa realizzarsi. Che meriteremo alla fine quel dono e che comunque ci sarà concesso, oltre i nostri meriti anzi, magari solo per misericordia.
Perché si possa vedere - per restare in linguaggio evangelico - occorre che quella trave che abbiamo negli occhi sia rimossa. Che sappiamo guardarci per quello che siamo: deboli. Per conto mio, non c'è giorno che non debba fare i conti con quel po' di presunzione che deriva dalla mia acculturazione, dalle mie conoscenze, dal mio sentirmi comunque il giornalista che su tutto interroga e che su nulla manca di una parola conclusiva.
Che deve fare i conti con un bel pezzo di egoismo e di egocentrismo, con la propria ansia di prestazione e con quello spirito prometeico che è del resto un male di questo secolo. So bene che se non rimuovo questo tronco non c'è corrente d'acqua che possa passare e che quindi a queste condizioni non ho che da rassegnarmi alla mia cecità.
Certo, ognuno ha la sua e spesso queste cecità coincidono oltretutto col nostro status sociale e con il ruolo nel quale spesso ci confondiamo e dietro il quale ci nascondiamo: "lei non sa chi sono io!".
Io so chi sono io, in linea di massima - e rendo grazie a Dio anche per il bello che c'è in me e che ho costruito nella mia vita, oltretutto - ma so anche quante macerie ci sono attorno e quante miserie umane, il mio limite.
Incredibilmente, solo attraverso queste mi è dato di vedere quello che sono gli altri: il mio limite è il loro limite. Esso mi invita alla misericordia oltre che alla giustizia e non esiste giustizia che non debba essere - per quanto è possibile - misericordiosa.
"Non giudicare, se non vuoi essere giudicato" riprende del resto lo stesso passo che richiama all'episodio della pagliuzza e della trave; e se invero non esiste sguardo che non sia già un giudizio, il mio primo giudizio non può che riguardare me stesso: "guardati!".
Quando non mi lascio commuovere per via della mia stanchezza, dei miei piccoli interessi quotidiani; se non cambio nulla dei miei progetti perché sono al di là del bene e del male, so bene il giudizio che devo darmi: sono un uomo fragile, spesso sopraffatto dalla priorità del proprio io.