Ad Ambrogio di Treviri abbiamo già dedicato altri passi, in altri momenti.
Come sempre accade per la storia dei nostri padri, stupisce il modo in cui furono "costretti" ad assumere certe responsabilità: più o meno per acclamazione. Accadde anche a lui, a Milano. Perché uno può ritenere di non potere e di non volere; poi altri decidono per te e ti "costringono" ad assumerti sulle spalle responsabilità non da poco.
E' per questo che poi, se a qualcuno venisse in mente di non essere adatto al compito stesso, questi, come il Pier da Morrone dantesco, Celestino V, rischierebbe di passare alla storia esclusivamente come l'autore del "gran rifiuto". Che è poi la categoria e la memoria storica che hanno rimesso in campo dieci mesi fa, quando papa Ratzinger ritenne che il tempo del suo pontificato fosse ormai trascorso: la nave di Pietro aveva bisogno di ben altra tempra e giovinezza.
Anche l'onestà può essere fraintesa e Giovanni Paolo II ad esempio seguì un'altra via.
Tempra da combattente, papa Wojtila, lo rivedevamo giorni fa in un filmato televisivo che risale al 1993, maggio, durante la sua visita ad Agrigento: "Convertitevi. Un giorno verrà il giudizio di Dio" - gridava alle connivenze mafiose all'indomani della strage di Capaci. Ed è ben strano che in questi giorni, dell'"attentatuni" si ricominci a parlare dopo le esternazioni intimidatorie di Totò Riina che minaccia in modo tutt'altro che velato il pm Di Matteo.
Ambrogio fu di tempra simile: erano tempi difficili, quelli.
Capace di affascinare uomini come Agostino; è magari proprio ad Ambrogio, prima ancora che al card. Martini che pure stimiamo, che si può dare la paternità della prima "cattedra dei non credenti", del primo "cortile dei Gentili",
Agostino non lo era, credente; e non lo erano i suoi amici.
Ambrogio, alla conversione doveva richiamare quotidianamente per quel che c'è dato sapere attraverso le "Confessioni".
"I tuoi sermoni siano fluenti, puri, cristallini, sì che il tuo insegnamento morale suoni dolce alle orecchie della gente e la grazia delle tue parole conquisti gli ascoltatori perché ti seguano docilmente dove tu li conduci. Il tuo dire sia pieno di sapienza. Anche Salomone afferma: Le labbra del sapiente sono le armi della Sapienza, e altrove: Le tue labbra siano ben aderenti all'idea: vale a dire, l'esposizione dei tuoi discorsi sia lucida, splenda chiaro il senso, senza bisogno di spiegazioni aggiunte; il tuo discorso si sappia sostenere e difendere da se stesso e non esca da te parola vana o priva di senso" - scriveva il vescovo di Milano, divenuto tale per acclamazione nel 374, il 7 di dicembre.
E' ben significativo che nei suoi ultimi interventi anche papa Bergoglio sia tornato su quel parlare al cuore della gente attraverso l'omelia, dando indicazioni sulla brevità, sull'aderenza alle Sacre Scritture, sulla chiarezza, su quell'adozione del sermo humilis cui invitavano di frequente e Ambrogio e Agostino, appunto.
L'esperienza ci mostra il contrario, direi: omelie lunghe barocche e pretestuose, criptiche, autoreferenziali, per addetti ai lavori. E questo è un gran male. Per molti, esse sono l'unica occasione in cui è dato loro di riflettere sulle Scritture: banalizzarle può diventare un'occasione mancata.
Quando, giorni fa siamo tornati ad ascoltare il discorso di Agrigento, siamo rimasti sbalorditi per l'attualità e la chiarezza di quelle parole, l'assoluta univocità. E' questo che ci insegnano i Padri: che appunto vogliono insegnare; e che sanno pure che l'unico modo per farlo è quello di essere chiari e comprensibili a tutti.