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Il piccolo Seneca e i suoi seguaci

Pubblicato da enzo cilento su 30 Dicembre 2013, 15:43pm

Tags: #I PADRI

Leggevo quasi per caso, sul calendario, di San Giovanni della Croce (memoria il 14 dicembre): un omino piccolo e insignificante, "un piccolo Seneca", come venne soprannominato da Teresa d'Avila, la "fundadora".

E non potevo non sorridere di fronte e all'energia che un omino piccolo e insignificante aveva saputo mettere nel rifondare il Carmelo nel XVI secolo; e di quel riferimento ad un Seneca piccolo, considerando i miei ricordi universitari e l'ammirazione che da studente avevo provato per quello spagnolo dei tempi di Nerone, vittima dello stesso imperatore flavio anche a causa della sua irrefrenabile simpatia per il potere.

Perché, Seneca o non Seneca, con il potere ci si brucia; mentre starne sprezzantemente lontani può essere anche una scelta di disimpegno di fronte al quale l'intellettuale non può non sentirsi interpellato.

Vi è che gli stoici come Seneca sono dei grandi moralisti - lo dico semplificando - certo non illuminati dalla fede e dalla grazia; cui spesso fa da sfondo insieme un ottimismo grande nel rigore e nella volontà dell'uomo; e di contro un'amara sfiducia una volta che gli uomini sono considerati in tutta la loro piccineria.

Non si diventa santi - mi viene da dire -solo per un moto della volontà. E se pure dovesse accadere, si finirebbe comunque con doverlo scontare con una sorta di risentita distanza dall'uomo e dal suo limite, con un atteggiamento sorvegliato e austero, severo e forse arcigno che, a chi dovesse scegliere un'altra via, non potrebbe risultare che insopportabile.

Uno stoico, "Seneca morale", può insomma risultare di difficile digestione: è l'uomo che giudica dall'alto di un autocontrollo ferreo.

Che poi la storia di Seneca - quella a noi nota - parli anche d'altro è tutt'altro discorso: non sempre il maestro di morale, è un mostro di moralità. Ma su questo andrebbero conosciute molto meglio le disinformazioni che mise in atto il regime. Sospendo il giudizio.

Non sospendo invece le conseguenze logiche del nomignolo affibbiato a Giovanni di Yepes, Giovanni della Croce, che non casualmente si scelse il nome "della Croce"; e non a caso produsse massime di questo tenore: "Non chiedere altro che la croce, e precisamente senza consolazione, perché questo è perfetto"; o " "Rinnega i tuoi desideri e troverai ciò che il tuo cuore desidera"; e infine "Patire e poi morire", motto preferito dall'autore della Notte oscura dell'anima, di Salita al Monte Carmelo, Cantico spirituale e Fiamma d'amor viva.

Cose che - queste ultime - ricordate così, alla vigilia del nostro fatuo ultimo dell'anno, non suonano proprio in sintonia con lo spirito di questo giorno, che del resto - se chiedi in giro - uno spirito non ce l'ha: semmai una vaga tristezza.

Mi ricordo - sempre all'università - uno splendido corso monografico dedicato a Shakespeare e al Sogno di una notte di mezza estate. Non c'è travestimento e spirito carnascialesco - vi si concludeva - che dietro non conduca ad una sorta di ripudio della quotidianità mesta che viviamo ogni giorno.

Ci si maschera per essere altro, insoddisfatti da quel che siamo e alla ricerca di una veste che ci consenta di essere altri, di vivere quel che non c'è dato vivere: che è poi lo spirito di ogni attore e di ogni uomo che viva la propria dimensione pubblica il proprio ruolo e la propria professione come una dimensione altra rispetto a quella domestica: vogliamo vivere più vite, sperando di trovarne un'altra che sia meno triste di quella cotidiana. Tant'è...

Ma lo spirito di questi giorni - i botti i frizzi e i lazzi inutili - in fin dei conti ben si coniugano con tutto quanto abbiamo citato fin qui: perché nella loro stupidità ci potrebbero costringere come dice Giovanni di Yepes, a ripulire la sfera dei nostri desideri, per capire cosa sia davvero in fondo al nostro cuore.

E questa si chiama liberazione - come ebbe a comprendere la fundadora.

Ma, senza dire che Giovanni per tali cose e per la sua voglia di ripulire l'Ordine dei Carmelitani dalle sue cattive abitudini soffrì la persecuzione e persino il carcere, a Toledo, nel 1577 - perché in fondo anche Seneca fu costretto a darsi la morte con le sue mani circa 1500 anni prima (le storie si somigliano tutte...); va pur detto che dietro ogni essere fisicamente insignificante in genere si nasconde un grande carattere che ovvia anche a ciò che la natura fisica sembra non aver dato, maschera anch'essa dunque, abito esteriore, di una personalità che è ben altra da ciò che appare: e anche questa è la beffa che congiura non di rado al destino di ogni uomo.

Mi ricordo a tal punto un film di Alberto Sordi, negli anni 70, "La tragedia di un uomo ridicolo".

Gli uomini ridicoli, come i mansueti, possono diventare terribilmente seri e duri.

E mi ricordo di me e dei miei provini per il teatro e per il cinema negli anni scorsi. Chi mi conosce, sa che la natura mi ha regalato una faccia da cattivo e che solo per questo mi chiamavano a recitare.

Un giorno - ricordo - ho protestato "ma perché nessuno mi offre una parte da san Francesco?". Mi hanno detto che non avevo le phisique du role.

Sarà per questo che mi sono ribellato per dimostrare, qualora ne fossi capace - o forse è stato lo stesso Padreterno a volerli smentire - che anche con una faccia così si può essere una sorta di medaglia rovesciata, un Seneca a mio modo, non arcigno spero, che cerca di sorridere, anche se con un po' di amarezza, perché continua a interrogarsi sul perché di una natura che inganna completamente in merito a ciò che sei: una maschera posticcia insomma.

Ben sapendo che non sempre c'è di mezzo una saggia fundadora. E che la sola volontà senza la Grazia non basta, se non a renderti un'icona irraggiungibile un'erma. E non è questo invero che mi auguro né per questo per tutti i prossimi di anni...

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