Il mondo non smette di interrogarci.
Leggo ora che qualche centinaio di cinesi - come un pacco postale - sarà spostato dalla campagna alle città: è il piano di riconversione del Paese e serve a rilanciare i consumi.
Gli uomini, le loro storie e la loro libertà in tutto questo non contano nulla. Sono quei piani forzati che ci ricordano le purghe di antichi regimi totalitari (e la Corea del Nord?); i piani quinquennali; le aree da bonificare e da ripopolare, da riqualificare.
Ci ricordano che siamo pedine. E che invece io me ne starei volentieri in un paese di poche anime - fuori dall'abitato, magari - a vivere di pane e radici, per così dire. Che la libertà di decidere non ha prezzo.
Gesù Cristo, dunque, Verbo fatto carne, mandato come uomo agli uomini, "parla le parole di Dio": (Dei Verbum, 4)
Ora è chiaro che le parole di Cristo non c'entrano nulla con questa strumentalizzazione della vita e dell'uomo; con lo sviluppo e l'incremento dei consumi, il controllo delle nascite. Ai cinesi di tutto il mondo e di tutte le epoche, la libertà di ogni figlio di Dio dà fastidio: vince l'ideologia, 6-0, "un cappotto". E' una débâcle mostruosa.
Mentre invece le parole di Cristo, le parole di Dio, parlano di gigli dei campi, di uccelli dell'aria, di coloro ai quali non manca nulla; che sono ricchi pur possedendo pochissimo: che sono posseduti non dallo Stato che li usa, ma dalla libertà che conferisce loro la verità...
E la verità ultima è che l'uomo è superiore ad ogni altro bene. Verrebbe voglia di tornare di nuovo in piazza a Pechino a Tienanmen come una ventina di anni fa. Di combattere: "Fratelli dagli occhi a mandorla, liberatevi!".
E non smette di interrogarci e di inquietarci che la deriva sia questa: consumate, fratelli. Noi siamo quello che consumiamo e che scartiamo. La nostra ricchezza consiste nelle montagne di cartone e di packaging (di imballaggi) che mettiamo via: un Paese e un uomo ricco è quello che produce tanta immondizia, mentre davanti alla casa dei poveri non si butta via nulla.
Ed io invece voglio stare con quelli che non buttano via; con quelli per cui anche un pezzo di legno e di compensato è prezioso; una pentola vecchia; per cui i calzini si portano fino all'ultimo giorno e si rammendano; per cui le scarpe si indossano fino a che sono utilizzabili; che nel paese che amano e in campagna - se è il caso - ci stanno anche se devono stringere la cinghia.
Le parole di Dio sono parole sobrie e piene di rispetto per tutto ciò che abbiamo e siamo. Non buttiamo, perché tutto ha un valore; e tutto ha un valore perché tutto è in grado di stupirci con la sua utilità, con la sua preziosità.
A questo non si deve rinunciare.
Le parole di Dio sono pronunciate da un Cristo povero, sobrio, che vede oltre e altrove; che rispetta l'uomo; che abbandona la sua terra perché costrettovi dagli eventi ma che non smette un attimo di denunciare e combattere l'ingiustizia degli stessi.
Armeni ed ebrei, indigeni e natives, palestinesi e meridionali di tutto il pianeta: spinti in massa verso un altrove senza rispetto della loro storia. Le parole di Dio sono il comune destino vissuto da una santa famiglia costretta all'esilio ed alla fuga 2000 anni fa: la cui condizione è già di per sé una denuncia, un invito a spingere gli uomini a smascherare l'ingiustizia ed a combattere contro questa.