E' il momento di Pietro Favre, ormai prossimo agli onori degli altari e sempre più oggetto di attenzioni editoriali, come scorpirvo in questi giorni; e questo a partire da quando papa Bergoglio ne ha fatto cenno indicandolo oltretutto tra i suoi "santi" di riferimento.
Favre in realtà è un "gesuita" della primissima ora: era a Parigi a studiare alla Sorbona con Ignazio di Loyola e con Francisco de Jasu y Xavier (Francesco Saverio) negli anni 30 del XVI secolo, prima che con altri cinque, nella cripta della Chiesa di Montmartre, si consacrassero a Dio, facendo voto di assoluta povertà, decidendo inoltre di recarsi in Terrasanta per iniziare di là la loro opera missionaria, mettendosi comunque a completa disposizione del Pontefice, evento che sarebbe avvenuto il giorno dell'Assunzione del 1534 appunto.
Di quella consacrazione e di quella nascente Compagnia di Gesù sono piene le pagine dei libri di storia; ne è piena la storia stessa: la Compagnia di Gesù come l'ala intellettuale e diplomatica della Chiesa, il braccio armato; come l'altro Papato, per cavalcare alcune semplificazioni susseguitesi nei secoli.
Immaginarsi ora che il Papato stesso è nelle mani di un gesuita... - si sarebbe potuto pensare qualche mese fa!
Eppure se c'è un aspetto dello "stile - Bergoglio" che richiama la matrice gesuitica ed al tempo stesso la trascende è proprio quello del dialogo aperto e senza timori: col mondo della cultura (v. Scalfari), della politica e delle religioni cristiane e non cristiane; con il mondo dei lontani, dei "periferici", di allontanati e allontanatisi in quanto divorziati e separati, omosessuali, donne e così andando...
Forse perché nella stessa Compagnia di Gesù, uno sguardo al mondo delle culture "altre" non è mai mancato, almeno da un certo momento in poi: ne fa fede la varietà dei temi trattati da "Civiltà Cattolica"; le posizioni assunte, talora spregiudicate; il non essersi mai chiamata fuori da qualsiasi dibattito, a rischio di sporcarsi le mani; di essere tacciata di mondanità.
Così che "consacrarsi", a me sembra che in questa ottica sia sempre un consacrarsi al bene dell'uomo innanzitutto (avrebbe bisogno del nostro bene, Dio; o non invece il nostro simile?) riconoscendo infine e solo analizzando ed escludendo che solo nel riconoscimento di Dio sta il nostro bene stesso, l'ultimo ed il più pieno approdo.
Ben strana evoluzione invero, se si vanno a leggere certi passi di lettere inviate ai suoi da Francesco Saverio alle prese con la sua missione in Estremo Oriente.
Fosse dipeso da lui - sia detto con rispetto - in molti, dalla Sorbona, avrebbero dovuto traslocare per recarsi laddove tutti sarebbero andati se, anziché anime, ci fossero state enorme ricchezze e giacimenti auriferi. Piuttosto che parlar di metafisica, andava salvata e battezzata quella gente - diceva Francesco Saverio - preso com'era nella sua opera tra la Malacca e il Giappone, le Molucche e le Indie Orientali, fino all'isola di San Chao, dove sarebbe morto di stenti il 3 dicembre del 1534.
Il braccio gli si faceva pesante dopo ore trascorse a battezzare e a salvare chi mai aveva avuto la ventura di incontrare il cristianesimo.
Con una energia ed uno spirito così poco "dialettico" invero, che mal s'accorderebbe col giusto e bello dialogare della Compagnia nei secoli a venire. Frutto di un'altra cultura, di un nuovo spirito evangelico, che parte dal rispetto e dalla volontà di incontrare l'altro sul suo terreno, che è poi la virtù migliore del gesuita "Bergoglio".