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Brindisi

Pubblicato da enzo cilento su 15 Dicembre 2013, 16:16pm

Tags: #in vista

Chissà se è proprio questo il Natale che dobbiamo aspettare: per avere una risposta intanto.

E chissà se è proprio questo il Messia tanto atteso - qualora l'avessimo atteso - ora che siamo in prigione come il Battista e sappiamo che la nostra sorte dipende da quella poco di buono di Erodiade.

Perché tutti siamo in prigione, in questa attesa e, come Maria da Nazareth (e Battista) è anche lecito dubitare: e cosa stiamo attendendo? Cosa stavamo attendendo se questi sono gli esiti? Dunque questo Natale che tarda a venire e, che se viene, è sempre così deludente, in apparenza. Esso non ci fa guarire dal nostro mal di vivere - quello che si incontra, come dice il poeta, persino nella foglia che s'accartoccia e avvizzisce: muore - non ci fa guarire dai malanni del corpo e dello spirito; continuiamo a morire di cancro e di Alzheimer, di Sla e di tutti i malanni del mondo: persino di peste, ora in Madagascar.

E allora, dimmi: ma che Natale è?

Che Messia sarebbe questo se le vite spesso sembrano fallite; se le predicazione cozzano con la nostra inadeguatezza e le nostre contraddizioni; se la pace vera non è che una parolaccia abusata, come "amore"; se in fin dei conti la gente continua a non credere in alcun modo che un bimbo possa salvare il mondo.

Non si salvano spesso le famiglie "solo" perché nasce un altro bimbo: il rancore tra i coniugi - se c'è - continua, sordo, oltre quel messaggio "natalizio": quasi mai la vita ha la meglio sulla morte: almeno sui tempi lunghi. Poi, magari, l'eternità è un'altra cosa.

E gli amici miei continuano ad essere depressi di fronte al Natale dei perbenisti e di quelli inamidati; gli anziani, a morire di nostalgia; i ragazzi, di solitudine; i nostri bambini, di obesità e di abbandono. Sei proprio tu che devi venire o dobbiamo aspettarne un altro?

E perché allora le nostre Chiese sono in mano a tromboni e giudici; a carrieristi e vecchi merlettai, sarte e lavandaie? Perché non dubitare allora che è un altro cielo e un'altra terra che dobbiamo aspettare. E che alla fine si muore in croce o - per riprendere una canzone d'un grande poeta: "questo ricordo non vi consoli: quando si muore, si muore soli".

Dobbiamo aspettare dunque o darci da fare? - mi dicevo stamani.

Forse non è solo il tempo di aspettare ancora. Che altri vengano a salvarci; che il mondo cambi; che un'altra prospettiva sia possibile. E' tempo di lavorarci e appunto in questo l'Avvento ha il suo Natale: è l'opera che va messa in vita, come un bimbo, dopo averla attesa ed avere intuito da che parte sarebbe sorta: da una capanna abbandonata.

Dove il vento a 20° sottozero spazzava le piazze e la prospettiva Nietski, in una città lugubre e abbandonata, raffiche di vento e vecchie coi rosari.

Ci faranno saltare la testa come al Battista e il cervello - come in un film pulp - mentre ci chiederemo ancora "è questo il Messia che dovevamo attendere o forse un altro?".

Ma dove vivere almeno avrà avuto un senso, un'attesa fattiva per un Natale che tardava ad arrivare, anche quell'anno, come ogni anno; e sembrava non portare null'altro che rimandi e ricordi: malinconie.

"Caro Gesù Bambino, da questo Natale - scrivo a chiare lettere - non sarò più buono e neppure più paziente. Sarò come il fuoco che è venuto a bruciarla, la terra. E questa vita, certo, che in altro modo, neppure sarebbe degna di essere vissuta!".

"Gaudete", è il titolo della III di Avvento; e si gode e si è felici solo dando fuoco alle stoppie; passando come una cometa in cielo, come un razzo, come un meteorite sulla scena di questo mondo, illuminato, accecato dal nostro passaggio.

Perché non proporci di farla bella la vita, da ora, da domani, da questo Natale in poi? Natale, come ri-Natale. Rinascete: alla gioia. Alla tua vita. E che questo sia come il brindisi: non altro!

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