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Come davanti a una vetrina

Pubblicato da enzo cilento su 14 Dicembre 2013, 09:58am

Tags: #in vista

C'è "un essere bambini" e forse immaturi nei nostri desideri che anche il Vangelo ha ben presente in questi giorni: Gesù ne fa menzione, usando dell'immagine dell'eterno scontento. C'era da ballare e da far festa e non l'avete fatto; vi hanno invitato a non farlo e neppure questo vi sta bene.

Come i bambini - noi, ormai eterni adolescenti - mettiamo il broncio se non c'è dato fare quello che più ci aggrada. Salvo renderci conto che il Paese di Bengodi non c'è, per fortuna.

Del resto, se potessimo seguire tutti i nostri desideri - mi viene da pensare - non solo ne saremmo schiavi al punto di essere sballottati di continuo da un punto all'altro del globo (il che peraltro già accade); né per questo saremmo mai felici, perché ad un desiderio realizzato, ne farebbe subito seguito un altro.

Ne facciamo esperienza quotidiana - e lo dico senza moralismi: le cose a cui attaccare la nostra felicità si susseguono una dopo l'altra, senza darcela mai. Il desiderio ci consuma; come quando compulsivamente mettiamo il desiderio di un uomo (o di una donna), uno dopo l'altro: non ci basta mai.

E i don Giovanni son tristi, come quelli che fanno collezione di esseri umani da sedurre, di corpi da possedere. Alla fine, nulla più ti sfama.

Così il potere: anche quello del successo, della carriera. Viviamo con quest'ansia e questo appetito, questa voluptas che ci consuma; come le case che traboccano di cose; gli armadi, di vestiti; le credenze, di cibi; le librerie di libri e film; le nostre abitazioni, di oggetti di lusso e inutili, di tecnologia. Tutto può schiavizzarci e ogni schiavitù è un'infelicità garantita.

A questi bambini parla il mercato (e il mercante) promettendo a ciascuno un miraggio di felicità che ci porta di luogo in luogo, di esperienza in esperienza, avvinghiandoci e alla fine estenuandoci.

A questo bambino dobbiamo saper dire no, per educarlo; e per fortuna la vita stessa, la Provvidenza (mai nome fu così indicato come in questo caso), ci impone - quasi sempre, quasi a tutti - degli stop: fermati!

Persino nella ricerca spirituale questo può avvenire. Passare da questa a quella esperienza: dalla vita contemplativa all'impegno nel mondo; da un Ordine all'altro, da un Seminario ad un Noviziato; da una fede religiosa ad un'altra, ad una filosofia orientale. Pochi della mia generazione hanno potuto sottrarsene.

Forse viene il tempo in cui invece questo bambino che ama vezzeggiarsi e bamboleggiare va fatto crescere: scegli ora quel che vuoi e che vuoi essere. Credo che sia una malattia dell'anima anche questa eterna insoddisfazione; questo sentirsi perennemente davanti alla vetrina della propria vita e desiderare altro da quel che hai.

Occorre ad un tratto che qualcuno ti dica che il negozio è chiuso; che il tuo credito è finito; che è ora che ti arrangi e cerchi di valorizzare al meglio quello che hai.

Il piccolo a cui fare riferimento non è questo moccioso capriccioso che continuiamo a viziare. E' quello che impara a lavorar di suo per crescere e per costruire un mondo, il suo, senza continuare a desiderarne contemporaneamente mille altri. Quel bambino invece è meglio che scompaia: che lasci il posto all'adulto. Anche se è del consumatore insoddisfatto che ha bisogno il nostro sistema e la nostra economia: desiderare e spendere fino all'ultimo respiro, convinti che la realizzazione sia altrove. E così morire, senza neppure un approdo.

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