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Tra Eleazaro e il palazzo di Atlante

Pubblicato da enzo cilento su 19 Novembre 2013, 17:14pm

Tags: #in vista

Mi ha commosso l'Eleazaro dei Maccabei, come sempre, quest'oggi. Gli vogliono far mangiare melma e fango, buttarlo nel braco. Ma lui ha novant'anni ormai. Che senso avrebbe, pur di sopravvivere, tradire il senso stesso della sua vita?

Che io muoia ma che non uccida ciò che mi ha mosso tutta la vita: che chi mi guarda, i più giovani, non provi orrore di fronte a questo attaccamento patetico a questa vita. E' un'esperienza che si fa: anzi, va ringraziato Dio di averci dato modo di farla.

Guardarsi e dirsi che in fin dei conti c'è altro, oltre questa nostra innata paura di morire. Che c'è una vita per cui si può morire ed una morte che si vive pur restando apparentemente vivi. Che abbiamo un responsabilità grande che ci trascende e che va oltre il nostro stomaco: i giovani ci guardano.

I giovani ci guardano e prendono esempio. Per allontanarsi da noi o per imitare il nostro cinismo. Che in questo palazzo di Atlante, in questa giostra medievale in cui tutti inseguono ciò che non hanno e sono a loro volta un continuo inganno giocato a se stessi, noi siamo la verità reale delle nostre parole e delle nostre idee. O siamo coerenti con esse e allora siamo la trasparenza della nostra vita; o siamo il tradimento palese del nostro pensiero, un ondeggiare continuo, egoistico ed opportunistico, vere e proprie banderuole che il vento - quando viene la bufera - se le porta via.

Che vale sempre la pena vivere come se la nostra voce fosse rivolta ad altri che saranno in grado di raccoglierla. Io sono la maniera in cui agisco: niente di meno.

Non c'è spettacolo più inverecondo d'un vecchio che dimentichi la sua età; che dimentichi di essere osservato, anche da se stesso. E che del proprio spettacolo egli stesso può provare vergogna.

Svegliarsi e guardarsi in uno specchio: leggere che la propria esistenza ha la dignità di una serie di atti consequenziali; che ha un fine; che ha una responsabilità da assumere: che noi siamo quelli che i più piccoli guardano.

I grandi uomini hanno ben chiaro questo: che il futuro dell'uomo dipende da ciascuno di noi.

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