Il Signore pastore non mi fa mancare di nulla: a parte che del silenzio e della solitudine, di pascoli e prati, di strade che non vengono percorse da nessuno; di un creato ancora capace di far sentire la sua voce, invece del clacson dell'impaziente e della radio del centro commerciale; della tv del vicino di casa.
Non manco di nulla, fino a quando non mi fermo a chiedermelo. Manco di qualcosa?
Non è vero che la voce che sento sia quella degli umani: si tratta di belve in gabbia. E se l'umanità è soprattutto ragione e dignità di essere, questo blateramento e questo strillare non è di uomini, ma del loro inferno.
Verrebbe voglia di chiamarsi fuori dalla pazza folla che applaude ad ogni piè sospinto; che ride a comando; che prova piacere come i topi del laboratorio. "Ribellatevi!" - direi fuori dal vetro - ma non sentono: nel laboratorio la radio è alta, in diffusione dolby surround; e noi andiamo verso la sordità.
Ubriachiamo il Padreterno di parole di suoni e di intercessioni; di ilarità, di bongo e di chitarre e la sua voce è coperta, in questo stato, come quella d'ogni singolo alla mensa aziendale.
Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla, ma mi manca tanto il suono della sua voce.
In questo mio vagabondare di questi ultimi anni, ho incontrato tanti uomini alla ricerca della sua voce: ne avevano una struggente nostalgia. Gli era accaduto nel sonno di sentirsi chiamare e di sentirsi dire "Ti chiamo", che a qualcuno parve un "ti amo...".Di questo vuoto da riempire che non sia cialtronesco senso della festa, va risvegliato il senso. Guardali, là dentro: sono tutti in festa e non sanno perché. Non mancano di nulla. Anzi è di esso che sono pieni.
E del Pastore conoscono solo il jingle al telefonino. Sono convinto che il motivetto sia simile a quello di Heidi, con le caprette che fanno ciao.