Il pensiero porta in sé il marchio della finitezza
(Martin Heidegger)
Se questo non fosse vero, potremmo tranquillamente pensare che tutto ciò che incontriamo sia conoscibile fin nel suo profondo. Che la gioia e l'esperienza affettiva ed emotiva di chiunque dovessimo incontrare, sarebbe di per sé comunicabile e comprensibile. Mentre così non è, e ne facciamo esperienza ogni giorno, incapaci come siamo di capire a fondo gli altri, pur ascoltandoli, qualora pure li ascoltassimo.
La verità è che tutto il cammino, anche del migliore tra gli uomini, si limita a tradursi in un goffo tentativo di entrare in comunicazione con chi ci viene incontro: di capirne il cuore e le necessità, mentre resta sempre una irriducibilità profonda di quella individualità alla nostra conoscenza.
Conosciamo e pensiamo gli altri, li immaginiamo per quello che la nostra povera testa riesce a fare: usando categorie di pensiero che restano bloccate al funzionamento di questo nostro strumento finito: il pensiero.
Mentre anche il cosiddetto cuore, quello che noi chiamiamo "cuore" e sentimento ed empatia, non va oltre il muro dell'inconoscibile.
Sarebbe facile a questo punto scoraggiarsi: tu per me resti uno sconosciuto. E di questo si fa esperienza sempre: anche di fronte all'amante e alla madre, al padre e all'amico. C'è qualcosa di te che non mi appartiene e che mi sfugge. E già questo è dolore.
A meno che la nostra conoscenza non debba limitarsi a coincidere proprio col limite invalicabile dell'altro, mistero e dignità inviolabile, come il suo destino. E doverci inchinare di fronte a questo: senza pretendere di spiegarne il funzionamento. Con pudore.
A quel signore che si allontana perché dev'esser fatto re e che lascia in eredità a degli amministratori dei talenti, non possiamo chiedere che di mettercela tutta per non sprecare il talento di tendere rispettosamente verso questo muro dell'inconoscibile; di farci più liberi del nostro categorizzare e di investire in un esperimento per certi aspetti persino illogico ed irrazionale; benché nulla di più ragionevole esista del tentativo del pensiero e della ragione di trascendere se stessa, senza assolutizzarsi.
La forma della conoscenza e quindi della vicinanza ad altro, non può ridursi a categoria del pensiero, appunto.
Perciò ogni storia che incontriamo, ogni uomo, andrebbe avvicinato nella sua individua irriducibilità ed irripetibilità: andrebbe ascoltato, faccia a faccia.
Occorre più fatica: è certo.
E forse questo offre meno certezze schemi e semplificazioni. La realtà stessa sembra complicarsi, così; ma solo a questo modo ogni aspetto d'essa è salvo, assunto, giudicato dignitoso e degno della nostra attenzione.
Più che il pensiero, poté la predisposizione...