"Martino perse la cappa"; o ancora: "il vino nuovo si beve a San Martino".
Un pezzo della sua cappa, del suo mantello divenne peraltro una fonte più o meno inesauribile di reliquie in serie, trame di stoffa e angoli del mantello, che vennero custoditi in reliquiari appositi depositati nelle "cappelle"; spesso a cura dei "cappellani".
San Martino di Tours, di cui fin da bambini ci vien ricordata una estate nel cuore di novembre (era un'eccezione una volta, prima che il nostro si trasformasse nel paese dei monsoni), insomma ha lasciato tracce persino nel dizionario, insomma: nei modi di dire.
Si trattò delle conseguenze d'un gesto divenuto mitico oramai, di quelli che possono commuovere il mondo: quello della divisione in due del proprio mantello, gesto che poi indica molto altro: si può rinunciare alla gloria e al potere. Insomma: c'è anche di meglio da fare nella vita.
Del resto, Martino il Pannone, cioè l'Ungherese, figlio di un tribuno romano, non ne fece mai mistero: fu soldato contro voglia, monaco per scelta e infine vescovo - ben 27 anni - per dovere.
Perché "quando tocca, tocca", specie in tempi perigliosi; e in special modo quando questo del potere da gestire non costituisce né un'ambizione e neppure un idolo inseguito tutta la vita. Mi tornano in mente i tanti (e santi) monaci "costretti" a lasciare la dolce chiostra perché chiamati alla pugna. Così, alla rinfusa: da Pier da Morrone a Pier Damiani; da San Bruno a Ildebrando di Soana, fino a Ildefonso Schuster per venire a tempi meno antichi.
Martino ebbe come maestro un maestro vero e dotto, Ilario di Poitiers; se ne andò nell'eremo di Gallinara, nell'isoletta posta di fronte alle coste liguri, lontano dal fracasso, (allora); si prese anche il lusso di fondare i monasteri di Ligugé e di Marmoutier: siamo a cavallo della metà del IV secolo.
Uno con questa storia alle spalle, non poteva amare chi della chiesa rischiava già di fare un covo di ladri - così per ricordare il Vangelo di oggi.
Se Martino avesse amato la vita comoda e in linea con le aspettative comuni e radicate, il quieto vivere, si sarebbe limitato a fare il figlio del tribuno ed avrebbe proseguito il suo promettente cursus honorum.
Avrebbe condotto poi la sua vita tranquilla da monaco eremita.
Infine, da vescovo, non si sarebbe attirato l'antipatia del clero secolarizzato: "Se Cristo ha sopportato Giuda, perché io non dovrei sopportare Brizio" - pare abbia detto a proposito di un prete un po' così che lo avrebbe persino querelato.
Morì l'8 novembre del 397 a Candes, lasciando molti rimpianti alle sue spalle e ricevendo una sorta di apoteosi il giorno dei suoi funerali, l'11 novembre appunto, quando se ne celebra la memoria, quella della famosa estate a lui dedicata. Fu il primo santo non martire a "vedersi" riconosciuta la festa liturgica.
Anche se i martirii a questo mondo sono tanti: a partire dal non poter fare appieno ciò che si è desiderato, in nome di un dovere, di una chiamata ad adoperarsi per altro e altrove come di frequente sperimentiamo nella vita di ciascuno.
E' lo spirito, al solito, ciò che determina la santità del dono. E la convinzione che il premio consista già in questo sapersi ergere al di là delle proprie inclinazioni naturali, dei nostri impulsi.
Dovrebbe ricominciare a splendere il sole di San Martino anche su quelle terre martoriate dal diluvio, in questi giorni, benché dividere solo il mantello, di fronte alle responsabilità civili e penali, non può bastare.
Ma questo è tutt'altro discorso e, almeno in apparenza, con san Martino di Tours sembra avere poco in comune. O forse, chissà...
Perché se solo si fosse un po' meno schiavi del desiderio del potere...