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Capire e non tremare

Pubblicato da enzo cilento su 23 Novembre 2013, 10:06am

Tags: #la storia

Eravamo in giro per strada io e mia sorella il 23 novembre del 1980: eravamo solo dei ragazzini adolescenti che alla domenica pomeriggio uscivano prima di ricominciare un'altra settimana di studio, in una modesta scuola di provincia: era un'altra Italia.

Molti guardavano la partita in tv a quell'ora: la Rai ne mandava in onda un tempo solo e non c'era l'offerta bulimica di questi giorni. La partita andava in scena la domenica; le coppe europee il mercoledì; la Nazionale quasi sempre al sabato.

Lo sanno tutti quello che accadde all'ora della partita di 33 anni fa, da Avellino in giù. Ce ne tornammo a casa terrorizzati perché fu un grande boato, uno strano ripiegarsi su se stessi di palazzi e lampioni della luce; un urlo scomposto che si levò all'unisono. E non era il gol segnato alla partita della sera.

Mia mamma non si perse d'animo. Mentre ci si preparava a dormire in auto (nei giorni successivi si replicò), lei restò ai fornelli a preparare frittelle di patate e di zucchero: per non pensarci troppo. Le notizie da fuori, da Napoli e dalle altre città erano incerte e un'altra delle mia sorelle, che studiava nel capoluogo campano, aveva già chiamato: "siamo in strada ma siamo tutti in piedi".

Ogni vita è fatta di questi scenari e di queste date indimenticabili, come già altre volte si è detto. Come quella che ci colse di sorpresa all'attacco alle Twin Towers. Anche lì, un'altra delle mie sorelle era in loco: lavorava lì. E non si riposò fino a che a notte fonda non avemmo sue notizie.

Cosa fa il cuore dell'uomo di fronte a questo spettacolo del dolore diffuso e senza senso evidente?

Resta sgomento e chiede quanto meno dove sia Dio in quel momento. Se lo chiederanno tutti i perseguitati; quelli destinati al martirio e al genocidio. Se lo saranno chiesto In Egitto e in Siria, i cristiani; gli armeni, un secolo fa; i nigeriani e gli altri perseguitati del continente africano; le vittime delle dittature latino-americane: da Montevideo a Rio; da Buenos Aires a Lima a Asuncion: ovunque vi sia la traccia di questo martirio a cui Dio non sembra voler dare spiegazione. Per non parlare di ogni Shoah.

C'è un tizio che continua a importunarmi con le sue "fantastiche notizie" negazioniste: "l'Olocausto è tutto un bluff" - mi dice. Sto cercando di liberarmi delle sue fantastiche notizie.

Resta la domanda sul senso di questo dolore e di questo silenzio. Dove sei? - gli diciamo mentre assistiamo allo scempio dei nostri affetti e alla rovina. E non abbiamo risposta.

Giobbe si ammalò fino alla peste per questo, ribellandosi, senza smettere di chiederne conto. E' questo che dobbiamo fare - credo - non smettere di chiedere una spiegazione, ch'è poi la nostra pace. Se la sofferenza la morte e le sciagure hanno un senso, diventa persino meno duro tutto ciò: ce ne facciamo una ragione, chiedendo infine di non avere paura. Purché serva a qualcosa.

Io e mia sorella ce ne andavamo in giro da ragazzini spensierati il 23 novembre di 33 anni fa: eravamo degli studenti di scuola media. Provammo solo paura: ma forse capire, a quell'età, era davvero pretendere troppo.

E anche oggi, sulla linea dei cinquant'anni, pretendere che tutto sia chiaro è ancora troppo lontano dai nostri mezzi. Anche se è così irrimediabilmente umano...

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&quot;Calamità naturali&quot; (e facciamo fatica a conciliarle con &quot;l'amore per la natura&quot; che cerchiamo di diffondere fra gli uomini): così le chiamano e quando ne danno notizia é già tutto accaduto, tutto distrutto (o quasi...), e si sentono parole di ghiaccio: macerie, ...inutile l'arrivo dei soccorsi, ...troppo tardi; e in questi giorni, dalla Sardegna arrivano notizie terrificanti. Credo che il primo istinto sia quello di pensare al volto delle persone care, quelle che conosci: parenti, amici, amori lontani e più il legame é intenso, più tremi e pensi all' attendibilità dei mezzi di informazione, sperando che anche questa volta - come spesso accade - ci sia un po' di esagerazione, che qualche fonte non abbia dati sicuri o che qualcosa, qualche dettaglio non sia affatto vero perché lì per lì il cuore proprio non regge. Quanti feriti, dove, come e perché, perché proprio a noi, ai nostri cari, perché di quello che Dio ci dona forse non rimane più nulla all'improvviso ? Cosa abbiamo fatto di sbagliato per veder tutto azzerato così ? <br /> Per non perdere il senso della realtà, come viene suggerito alle persone di fede, che a fatica tentano di rimanere in piedi, parare il colpo, voglio pensare che ci sia qualcosa che ne i terremoti, ne gli uragani, ne i tifoni, ne la ferocia umana possono distruggere: i sentimenti, il pensiero, la forza d'animo, il legami più forti, la voglia di apprezzare i doni della vita, il desiderio di non mollare nonostante tutto. Rimangono le domande nell' aria, nel tempo, ma se le pietre cadute, la terra franata, le raffiche di vento non son riuscite a fermare il battito, quel battito che é sinonimo di vita, allora ogni uomo può scegliere se vivere ancora, perché - per alcuni aspetti - anche le calamità naturali non possono andare &quot;contro natura&quot;.
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