Eravamo in giro per strada io e mia sorella il 23 novembre del 1980: eravamo solo dei ragazzini adolescenti che alla domenica pomeriggio uscivano prima di ricominciare un'altra settimana di studio, in una modesta scuola di provincia: era un'altra Italia.
Molti guardavano la partita in tv a quell'ora: la Rai ne mandava in onda un tempo solo e non c'era l'offerta bulimica di questi giorni. La partita andava in scena la domenica; le coppe europee il mercoledì; la Nazionale quasi sempre al sabato.
Lo sanno tutti quello che accadde all'ora della partita di 33 anni fa, da Avellino in giù. Ce ne tornammo a casa terrorizzati perché fu un grande boato, uno strano ripiegarsi su se stessi di palazzi e lampioni della luce; un urlo scomposto che si levò all'unisono. E non era il gol segnato alla partita della sera.
Mia mamma non si perse d'animo. Mentre ci si preparava a dormire in auto (nei giorni successivi si replicò), lei restò ai fornelli a preparare frittelle di patate e di zucchero: per non pensarci troppo. Le notizie da fuori, da Napoli e dalle altre città erano incerte e un'altra delle mia sorelle, che studiava nel capoluogo campano, aveva già chiamato: "siamo in strada ma siamo tutti in piedi".
Ogni vita è fatta di questi scenari e di queste date indimenticabili, come già altre volte si è detto. Come quella che ci colse di sorpresa all'attacco alle Twin Towers. Anche lì, un'altra delle mie sorelle era in loco: lavorava lì. E non si riposò fino a che a notte fonda non avemmo sue notizie.
Cosa fa il cuore dell'uomo di fronte a questo spettacolo del dolore diffuso e senza senso evidente?
Resta sgomento e chiede quanto meno dove sia Dio in quel momento. Se lo chiederanno tutti i perseguitati; quelli destinati al martirio e al genocidio. Se lo saranno chiesto In Egitto e in Siria, i cristiani; gli armeni, un secolo fa; i nigeriani e gli altri perseguitati del continente africano; le vittime delle dittature latino-americane: da Montevideo a Rio; da Buenos Aires a Lima a Asuncion: ovunque vi sia la traccia di questo martirio a cui Dio non sembra voler dare spiegazione. Per non parlare di ogni Shoah.
C'è un tizio che continua a importunarmi con le sue "fantastiche notizie" negazioniste: "l'Olocausto è tutto un bluff" - mi dice. Sto cercando di liberarmi delle sue fantastiche notizie.
Resta la domanda sul senso di questo dolore e di questo silenzio. Dove sei? - gli diciamo mentre assistiamo allo scempio dei nostri affetti e alla rovina. E non abbiamo risposta.
Giobbe si ammalò fino alla peste per questo, ribellandosi, senza smettere di chiederne conto. E' questo che dobbiamo fare - credo - non smettere di chiedere una spiegazione, ch'è poi la nostra pace. Se la sofferenza la morte e le sciagure hanno un senso, diventa persino meno duro tutto ciò: ce ne facciamo una ragione, chiedendo infine di non avere paura. Purché serva a qualcosa.
Io e mia sorella ce ne andavamo in giro da ragazzini spensierati il 23 novembre di 33 anni fa: eravamo degli studenti di scuola media. Provammo solo paura: ma forse capire, a quell'età, era davvero pretendere troppo.
E anche oggi, sulla linea dei cinquant'anni, pretendere che tutto sia chiaro è ancora troppo lontano dai nostri mezzi. Anche se è così irrimediabilmente umano...