Non sapevo della passione di don Zeno per il Cinema.
La scopro tra le pagine del libro di Rinaldi e Casari, "Don Zeno e il cinema in San Giovanni in Roncole".
La aggiungo tra le belle notizie di questi tempi.
Registro pertanto con gioia e con intima soddisfazione che don Zeno fin dagli anni 30, nel carpigiano, aveva dato vita ad una serie di proiezioni cinematografiche semiclandestine che andavano a cogliere a piene mani nella "misconosciuta" produzione d'Oltreoceano, Hollywood, cinematografia allora in gran parte "vietata" in un Paese ammalato di telefoni bianchi, nazionalismo e ideologia fascista, .
Non tutti lo capirono il prete di Nomadelfia.
Ma don Zeno aveva chiaro che, della settima arte non bisognava aver paura. E che se i contenuti non dovessero essere tutti "edificanti", non per questo bisognava condannarsi all'autoesclusione ed alla marginalizzazione, al chiamarsene fuori.
Tanto che in breve creò una vera e propria rete di sale di proiezione studiate ad hoc e che infine coltivò l'idea di creare egli stesso una Casa di Produzione cinematografica cattolica (da qui anche l'amicizia con il non cattolico, Pietro Germi). Per il resto, non si trattava di purificare e censurare il cinema e neppure di applicare sapienti tagli alle pellicole "sub iudice".
La casa di produzione non si fece, a dire il vero; ma don Zeno non poté fare a meno di commentare, nel 62: " Abbiamo perso anche la cinematografia. Non è nostra; noi siamo dei poverini che prendiamo le forbici per fare un film: noi vorremmo cristianizzare il diavolo, con quelle forbici lì. E' inutile stare a criticare i film degli altri, bisogna farli. Tanto semplice!".
Mi sarebbe piaciuto sentire l'opinione di padre Fantuzzi e di chi per anni (non è il suo caso) ha osteggiato la cinematografia di un Fellini, per dire, (Civiltà Cattolica gli dovette delle scuse, postume); senza comprendere che quelle esperienze artistiche, lungi dall'essere passate al vaglio della censura, stavano ad indicare una direzione (e divaricazione) presa dal mondo della cultura popolare nostrana e soprattutto stavano ad insegnare che i cattolici non potevano ancora una volta chiamarsi fuori, assumendo al più l'ingrato ruolo del giudice, senza provare a creare un'alternativa che non fosse solo agiografica e autoreferenziale, chiusa nel circuito dei cinema parrocchiali e degli oratori.
Paolo VI, che pure purtroppo non capì Fellini, più volte invitò il mondo cattolico a riprendere il dialogo con il mondo dell'arte e della cultura (anche del cinema, quindi), ma fu più semplice prenderne le distanze, rifugiandosi altrove.
La lezione mi sembra chiara: non possiamo continuare a sottrarci dal fare: una tv alternativa; un altro cinema, un'altra informazione, una letteratura, una musica un teatro, una cultura insomma capace di riprendere il dialogo ed il confronto con il mondo reale, con i contemporanei e provare ad essere interlocutori credibili e all'altezza di un mondo che ci appartiene a pieno titolo e a cui apparteniamo, chiamati ad appartenervi.