"Vuol dire che non avete capito niente. Con tutto il rispetto, il vostro posto è un altro". Così lo raggelò e lo ferì, nell'aula universitaria, alle 10 del mattino.
E' che lui avrebbe voluto solo un chiarimento al termine della lezione. "Sa, der professor, vorrei capire se per caso avessi ben compreso".
Ma l'altrui maestà nel frattempo era lesa: "Tu non capisci!"- tuonò.
Storie di ordinaria follia e di modesto calibro; che non fanno notizia.
E che noi di frequente non si capisca - riguardo a certe reazioni - è un gran bene: da sempre. Perché, se comprendessimo, dovremmo giungere a conclusioni amare e liquidatorie.
Dovremmo capire tutti ad esempio che ci sono domande cui non ci si può sottrarre: a cui bisogna rispondere. E che una di queste è: scusi, signore, che cosa vuol dire?
Perché o la comunicazione l'arte e l'insegnamento sono un servizio oppure non sono affatto, pur con tutte le difficoltà ermeneutiche, pur legittime, di questo mondo.
Che la domanda primaria che pone chi ti ascolta è di essere messo in condizione di farlo: "spiegami cosa stai facendo"; lascia che io te lo chieda se è il caso e che in fin dei conti mi sia dato anche il tempo per capire se ho capito.
L'istruzione è una cosa seria: in qualsiasi campo. Te ne chiedo conto. Come l'essere maestri e genitori, essere un punto di riferimento. Ma un sistema che non si doti di strumenti per valutare se stesso è uno strumento chiuso su se stesso: che non impara nulla. E non insegna...
Sono stato all'università oltre vent'anni fa e ora vi sono ritornato. L'idea che essa costituisca non di rado un pulpito a partire dal quale diffondere il proprio Verbo non è passata di moda: tutt'altro. Anche se quel Verbo non dovesse essere stato compreso da nessuno. Sono spesso esseri tristi quelli posti dietro una cattedra: "perché il mondo non ci ascolta?" - sembrano chiedersi in cui la coscienza è ancora vigile.
Non sempre è data la possibilità e la libertà che le aule si svuotino dinanzi a questi spettacoli. Si svuota però la coscienza dell'astante; l'attenzione.
E trionfa la condizione descritta da quello che era un bel titolo di un grande film, "Arrivederci, ragazzi", Au revoir les enfants. Regista Louis Malle.
I ragazzi, i maestri poi se li cercano e li trovano altrove; e i maestri si accorgono in ogni caso di essere rimasti da soli: a parlare al vento. Che ovviamente non ha capito se il maestro stia parlando a lui o invece ad altri.
Mi piacerebbe che chi è preposto alla formazione avesse in mente che, davanti, ha un uomo e che a lui sta parlando: alla sua dignità e a quel miracolo che Dio gli ha messo tra le mani. Perché non tocchi a lui ferirlo e spegnerne la fiducia.
"Ripassa un'altra volta per questo" - gli risponderebbero.
Ora in cattedra ci siamo noi!