Siamo indubbiamente noi la Chiesa (il Tempio) e la Casa che Dio si costruisce ogni giorno e che si sceglie come il luogo in cui abitare.
E' un posto privilegiato questo, per entrare nel mondo; per esserci. Non ha bisogno di costruzioni di pietra ma di uomini, della nostra carne. Persino Francesco, sentendo il richiamo "Ripara la mia Chiesa", equivocò pensando che dovesse metter mano alla cazzuola e al cemento...
Non che questo non convenga in alcun modo: gli uomini, a loro volta, hanno bisogno di una casa e di un tetto, di un altare e di statue. Ma che la casa di Dio e il tempio suo siamo noi, proprio noi, è il dato principale, irrinunciabile.
Ecco perché, quando ho sentito per la prima volta il salmo 121, dopo tanto tempo, "Quale gioia quando mi dissero, andremo alla casa del Signore", io avvertì immediatamente che mi si stava annunciando "ecco, stai tornando in te, in un posto familiare, dove ci sono tutte le cose cui appartieni innanzitutto. Che la casa del Signore ed il suo tempio, gli atri della casa del Signore, rappresentavano infine ciò che io sono nel più profondo di me stesso.
E che già solo per questo c'era di che sentirsi a casa, commossi da questo rientrare in una dimensione che mi era nota.
Questo è dunque il tempio di Dio, certo, il tempio dell'Assoluto che si mette in relazione con me, proprio con me, da sempre, attraverso questa struttura che io sono innanzitutto; che abita le mie stanze cioè e la mia sensibilità, le mie eterne domande e la mia storia, anche quelle dolorose. Che questo mio corpo donatomi è la casa in cui coabitiamo con l'Eterno e che perciò esso merita cura e rispetto, come il luogo e l'abitazione che mi ha dato in eredità, in cui siamo sicuri, come se mura e baluardi fossero bastioni inespugnabili. Anche se ci sono altre case (né solo quelle rinascimentali e romaniche, gotiche e barocche, in pietra e muratura), è la Chiesa lo è, che mettono insieme tutti gli uomini che il Signore inabita e che intende inabitare.
Questa nostra corporeità così oltraggiata dalla storia! Così disprezzata persino da un certo nostro modo di concepire la spiritualità e la salvezza. Noi che non siamo spirito solo, né siamo dualità incompatibili e in guerra tra loro, noi che siamo tempio in cui Dio recita la sua preghiera. Noi che siamo la sua volta celeste.
E' così che quest'oggi, proprio nella Festa che ricorda la Dedicazione della Basilica Lateranense, madre di tutte le chiese ed edificata dal papa Melchiade nelle proprietà donate a questo scopo dall'imperatore Costantino di fianco al palazzo Lateranense, fino allora residenza imperiale e poi residenza pontificia; più che ricordare la gloria del luogo che ha ospitato ben cinque concili (1123, 1139, 1179, 1215 e 1512), noi celebriamo "il tempio vivo e vero di Dio che dobbiamo essere noi" come ricordava Cesario di Arles".
Perché, come è riportato negli Atti del Martirio di Giustino e compagni "Noi ci riuniamo dove ciascuno preferisce...perché il Dio dei cristiani, che è invisibile, non si può circoscrivere in alcun luogo, ma riempie il cielo e la terra ed è venerato e glorificato ovunque dai suoi fedeli".