Domani "un mito" della mia infanzia compie settant'anni. E che la vita degli uomini sia questa, in questi termini, magari 80 di anni, per i più robusti, e quasi tutti sono fatica e dolore, affanno, lo ricorda il salmista in una di quelle pagine di sapienza in cui all'uomo viene ricordato di far memoria del proprio limite, di saperlo contare, di saper contare i propri giorni.
E del resto passa per tutti la scena di questo mondo: per l'altro, invero, abbiamo poche informazioni e quasi tutte frammentarie, come per una terra colpita da un evento che abbia d'un tratto interrotto ogni collegamento. "Cosa accade di là?" Ed il satellite cade, mentre le notizie giungono alla spicciolata, contraddittorie e neppure controllate.
Il mio mito d'infanzia si coniuga al gioco che ci fa tornare bambini e che da bambino mi teneva occupato e serioso come un adulto: il gioco del calcio, metafora della vita, come spesso si dice.
Il mito poi, passato alla storia, era detto "Bonimba", al secolo Roberto Boninsegna, vicecampione del mondo nel 70 (ma io me lo ricordo un po' più tardi) e fromboliere della mia vecchia gloria nerazzurra. Che però noi vedevamo in bianco e nero: potere della tv.
Volava con le sue acrobazie (mi ricordo una di quelle rovesciate a mezz'aria con cui travolse il portiere del Foggia); teneva duro ai duri delle difese del tempo, sgomitando e portandosi dietro quella faccia da boxeur che lo fece scegliere come uno dei "bravi" manzoniani in una riduzione televisiva dei Promessi Sposi.
Tutta quella gente lì, quella generazione nata negli anni 40 ce l'aveva quella faccia lì, quell'espressione un po' così - per citare Paolo Conte - perché la vita se l'erano dovuta azzannare un po', per sopravvivere. E per emergere. Ma si poteva provare. Quello era un Paese, il nostro, che voleva risorgere. Forse fu l'unico nostro vero Risorgimento. Chissà.
O forse è solo la memoria che ci fa questi scherzi: e l'immancabile nostalgia.
Avevo la maglietta nerazzurra quando andavo a giocare al campo coi miei amici allora. Le righe erano più strette e le magliette aderenti al busto. Non avevamo parastinchi e prendevamo un sacco di calci sulle tibie, livide e tumefatte.
Per noi Bonimba era insomma un po' un modo di essere e giocavo di frequente davanti alla chiesa col parroco che si tirava su la tonaca, aveva un bel tocco, si incavolava il giusto e teneva per il Torino. Abbiamo imparato a marcarlo stretto, nonostante la talare, per non farci fregare...
Non posso dimenticare quello che ho imparato all'oratorio; le lezioni che quello sport in bianco e nero mi ha saputo fornire, almeno trentacinque anni fa, quando Bonimba era un tuono, un simbolo ed una figurina. Sono diventato un uomo ed un cristiano, un uomo che pensa con quella testa lì, con quella grinta, con quella passione. Ce la metto tutta, fino all'ultima stilla di sudore: come Bonimba quando scendeva davanti all'area di rigore.
Al Signore ed agli amici, persino agli avversari, sono certo piace giocare con quelli con un cuore così.
Vai, Boninsegna, che la vita è una sgroppata ed un atto di coraggio, naso rotto e lividi alle caviglie. Stamani ci pensavo ancora che certi incontri ti fanno l'uomo che sei. E che viverli tempi così è stata una gran fortuna. Altro che figurine virtuali sulla schermo del tablet di rigore!