"Quando digiunate, non assumete aria melanconica come gli ipocriti, che si sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano. In verità vi dico: Hanno già ricevuto la loro ricompensa" - chiosa in un passo stamani Leone Magno, riprendendo Matteo 6,16.
Ma il centro della questione è dopotutto quella lode degli uomini a cui tutti sembra siamo così sensibili; malattia peraltro mortale sia in relazione al rapporto con gli altri che con se stessi; che con Dio stesso, se vogliamo.
Se è solo da questo consenso che dipendiamo difatti, non siamo più liberi neppure di agire come sentiremmo di fare, dal momento che il giudizio altrui (la lode) diventa vincolante e, se questa non dovesse arrivare, ecco che tutti i nostri sforzi si mostrerebbero inutili, sarebbero frustrati; mentre forse l''indirizzo stesso del nostro agire, in questa ricerca affannosa del consenso, muterebbe radicalmente, pur di ottenere il plauso generale.
E' il problema degli uomini di successo (ne abbiamo detto in questi giorni) e degli uomini deboli, tanto da farmi chiedere se dipendere dal successo non sia in fondo null'altro che una espressione della nostra debolezza e della nostra fragilità.
Gli artisti spesso se ne ammalano, anche perché la loro stessa sopravvivenza materiale dipende da questa variabile.
I grandi artisti, di contro, rischiano fino a rischiare la fame, pur di continuare nelle proprie convinzioni; rischiano di dover fare altro per vivere e di lasciare all'arte il posto della libertà che non dipende dal consenso altrui.
Solo un'arte infine che è pura espressione di questa contemplazione attiva e del proseguimento della propria ricerca può dirsi salva quindi; e non a caso tanti artisti ne perseguono gli obiettivi solo dopo essersi assicurato il pane quotidiano, quello per la vecchiaia, una credibilità tale da potersi permettere infine tutto ciò che da sempre hanno desiderato. Non a caso, li sentiamo spesso dire "era da sempre che desideravo fare questo e quello" e non si tratta quasi mai di comprare un'auto di lusso o di fare un viaggio in Indocina.
Ogni uomo pubblico rischia di dipendere in modo spasmodico e persino patologico dunque dallo sguardo altrui; e tutti in certo modo ne siamo condizionati. Gli altri, pur non essendo un inferno in ogni caso, possono diventare l'unico nostro referente e l'unica cartina di tornasole per verificare la bontà del nostro vivere.
E' una peste - può diventarlo - che riguarda il politico e l'uomo di fede. E questi ultimi, se mossi da questo, costituiscono davvero uno spettacolo avvilente: la vanità delle belle celebrazioni, per non dire della vanità delle belle omelie e dei bei gesti; o - detta il per il fedele laico - la vanità dello sfigurarsi la faccia in pubblico, in tempo di digiuno, come dice Matteo.
Per gli ortodossi, ad esempio, questo d'Avvento, è un periodo forte, detto "della Quaresima di Natale", termine che sarebbe bene usare anche presso noi latini: per poi praticarlo. E, si sa, in Quaresima, è prevista la pratica del digiuno e dell'elemosina.
"A Natale siamo tutti più buoni" è in fondo la traduzione di certo spirito penitenziale: dovremmo perdonare di più e donare di più, rinunciare di più. Sarebbe bene farlo sorridendo e senza mostrare quella penitenzialità sul volto di cui parla Matteo, perché in fondo essere più buoni non dovrebbe renderci meno felici (se fosse così, semplicemente non crederemmo a quello che facciamo).
E' vero: gli altri ci osservano e spesso ci giudicano, ma credo che ci sono due osservatori a cui proprio è difficile mentire: a se stessi (almeno in certa misura, salvo disturbi della personalità) e Dio, purché vi si creda.
Ed è a questo consenso che dovremmo puntare, visto che è principalmente da questo tesoro e da questo amore (parlo anche di un sano amor proprio) che dovremmo dipendere semmai.
A Natale siamo dunque più buoni se questo ci fa più liberi e quindi più felici: anzi, fin d'ora, fin dalla Quaresima d'Avvento e magari non solo per essa...