Ore 9,30 del mattino: interno aula.
"Mi hanno abituato ad una forma di pluralismo culturale e di laicità nello studio: prima di poter cercare la strada più vicina al vero". Ma noi qui siamo nei locali augusti dell'Università Pontificia.
Ed io che ho sempre creduto che le bandiere messe in avanscoperta siano il contrario della ricerca, ho dovuto trarre le conclusioni che era proprio così: che non ci eravamo allontanati dal vero. Che l'ideologia rischia sempre di fare irruzione dentro di noi. E che la verità non la si cerca così.
Ne esco con una grande tristezza per via di tutte le porte che si sbattono in faccia a quelli che cercano: il confronto prima di tutto. E che si trovano di fronte la mancanza di generosità. Di cosa avete paura? "Di chi non dice Signore, Signore". E le nostre stanze maleodorano di muffa e di polvere, di inutili ghirigori virtuosistici.
Mi torna in mente che la Chiesa è "Lumen Gentium" e che "i vescovi, nella comunità universale della carità, diano volentieri il loro aiuto fraterno alle altre Chiese, specialmente alle più vicine e alle più povere, secondo il venerando esempio della Chiesa antica". Che in fondo siamo qui per questo, qualora dovessimo scoprirci più ricchi. E che la povertà che tocchiamo con mano è la mancanza di carità e la chiusura: non era questa l'idea della città posta sul monte. E neppure la Cittadella pronta a rintuzzare gli attacchi del nemico.
La nostra elemosina si dia dunque come offerta a chi si chiude e si difende per paura; a chi ritiene di avere l'esercizio esclusivo della verità; ai farisei che posti di fronte al pubblicano di turno dicono "Signore, ti ringrazio perché io non sono così".
Mentre "essere così" è il dono che il Signore ci ha fatto. Essere curiosi di ogni prospettiva e di ogni punto di vista; di quella laicità che non è contrapposta alla fede e tantomeno alla ricerca del vero, ma che è l'unica città in grado di difendersi dall'attacco di qualsiasi nemico. Chi si scompone e si arrocca ha già perso la sua battaglia: quella del confronto e della credibilità.
Sarebbe ora - lo dico da innamorato del Cristo - che le nostre cittadelle della cultura cristiana, le nostre Facoltà teologiche, i nostri Seminari, si aprissero davvero per non scoprirsi così poveri da dover rispondere "noi siamo questo: prendere o lasciare. Non abbiamo altro".
Forse i vescovi è su questo che dovrebbero interrogarsi, compiere una indagine conoscitiva, mettere mano ad una riforma reale delle proprie scuole. Io non sono di Paolo e neppure di Apollo; non sono di Tommaso e dei suoi stanchi ripetitori: io sono di Cristo e della sete inesausta di capire che m'ha messo in cuore: per mille vie.
Ed a questo bisogna obbedire, offrendo in dono la propria testimonianza e tutte le incomprensioni, le porte prese sul muso come dono ad una Chiesa che rischia di essere sempre più povera e autoreferenziale; persino periferia della cultura.