Cosa stiamo attendendo? La svendita del Bauli e dell'i.phone, temo.
Ricordo una vigilia di Natale in treno: tornavo da Roma al paese dei miei. Era quasi ora di cena. Buste e carte natalizie, fiocchi e valigione: il benessere viaggiava su rotaia. E mi ricordo quel sapore di Vigilia che non provavo da anni. Bastò un editoriale di Repubblica, non dell'Osservatore Romano, per farmi sentire che avevo tanto nostalgia di aspettare qualcosa, qualcuno.
E mi accorsi che stavo attendendo: da tanto.
Fu la riscoperta che si può rinascere, ogni anno; e che la nostalgia di una rinascita non può spegnersi: a meno che non si voglia morire per sempre. Dopotutto, solo accettando questa possibilità si può sperare di dare senso a ciò che siamo stati prima: un'attesa. Noi siamo una lunga attesa.
Certo, proiettarci verso questa, significa andare incontro a quello che ci attende: a chi ci attende. Magari a braccia aperte, come il padre del giovane prodigo, atteso sull'uscio. E in fondo come tutti gli uomini che attendono una rivelazione e sono alla vigilia di questa.
Ma di questa vigilia c'è poca traccia ormai.
Ed era quello che cercavo di comunicare ad occhi un po' assenti stasera, di cristiani come me, anche attivi ed operativi: noi dobbiamo metterla in chiaro questa attesa!
Che a tutti sia chiaro - a noi per primi - il motivo per cui siamo pieni di speranza e volgiamo lo sguardo a domani come alla stella che verrà a rivelarci la strada.
A quei ragazzi e a tutti gli uomini e le donne che incontro vorrei dire che stiamo aspettando Uno che cambia la storia del mondo e la vita. Senza di Lui che Natale sarebbe? Altro che senza Bauli!
Ma, mentre parlavo, li sentivo lontani i miei interlocutori.
Cosa stavamo aspettando dunque? Noi che non vegliamo e non perdiamo il sonno quasi più per nulla.
Spogliarsi di tutto il resto (la povertà) ha solo questa funzione: ci mette di fronte alla domanda, "cosa facciamo qui?". Come vorrei poter raccontare quel che è essenziale entrando in questo nuovo avvento, in questo nuovo cammino verso l'eterna rinascita! Ben sapendo che in tanti ci addormenteremo, satolli davanti alla tv: Cristo per noi è ormai un morto, benché egli sia nato e morto per noi: per dare senso a tutte le nostre vigilie.
C'è stato un Natale nella mia vita che ho tanto amato, dopo quello trascorso in treno: uno che ho vissuto nella mia casa ormai priva di mobili e di qualsiasi comfort. L'unico e il più grande di tutti che mi restava allora consisteva nel sapere che stavo attendendo qualcosa per cui tutto il resto valeva nulla: l'unico che prometteva di cambiarmi la vita. Di farmi libero.
Oggi per me essere cristiano e camminare è ancora questa promessa di liberazione?