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Tra Callisto e le Ardeatine

Pubblicato da enzo cilento su 13 Ottobre 2013, 15:44pm

Tags: #I PADRI

"Sarò sincero": è l'espressione con cui spesso iniziamo i nostri discorsi quando temiamo di non esserlo o di non esserlo ritenuti abbastanza; e ricorda in certo modo quegli intercalare su cui sono stati costruiti alcuni tormentoni estivi, editoriali, negli anni scorsi, del tipo "Sarò breve".

Brevi lo siamo invero.

Lo sono le nostre esistenze. Mi piaceva una citazione di Ermes Ronchi su Avvenire di giovedì scorso "Affrettiamoci ad amare. Le vite se ne vanno così in fretta" - suonava più o meno il verso del poeta Twardowski.

E il tutto era inserito in un commento "breve" al Vangelo di quest'oggi: dieci lebbrosi guariti di cui solo uno, uno straniero, sente il bisogno di tornare indietro, per ingraziare: un samaritano.

Devo davvero fare in fretta per ringraziare quelli che vanno ringraziati: i giorni passano e perdiamo non una ma mille occasioni per amare e quindi per dire grazie, infatti. Melodrammatico?

No, realista!

Genitori che mi hanno trasmesso il gusto della lettura e della solidarietà; fratelli che hanno fatto clan di fronte alle difficoltà; maestri e amici, anch'essi maestri di vita a modo loro, che mi hanno insegnato il piacere di non essere sterili; persone che si sono prese cura di noi o che hanno lasciato che noi lo facessimo con loro. Grazie!

Dire grazie a loro è dire grazie alla vita ed alla Santa Provvidenza che ha giocato a nostro favore. Grazie agli incontri che non ci hanno fatto perdere il buon vizio di incontrare ancora.

Ma non voglio scadere nel patetico.

Però è vero: a quante persone avrei voluto mostrare il mio affetto e non ho fatto in tempo? D'ora in poi vorrei prendermi il gusto di non perdere più occasione: come un regalo. Si fa cercandone l'occasione. Ed ogni occasione può esser buona.

Sarà sincero dunque: ero spaventato (talora lo sono ancora) da questa nuova parentesi napoletana che si è aperta nella mia vita. Mi son detto poi: "voglio pur conoscerla questa città che ho sempre guardato con sospetto".

Qualche anima pia si è offerta di accompagnarmi a visitare le catacombe partenopee. Mi sono ricordato delle catacombe più note di Roma, quelle di S. Callisto la cui memoria cade domani; e dell'entusiasmo che avevo nei mie primi anni da romano. Andavo in giro per la città come per una continua scoperta e la città sembrava sorridermi. Io dicevo "grazie" e "grazie" era: reciprocamente.

Callisto era poco più di un servo e per questo motivo si trovò di fronte pure un antipapa, Ippolito, ai tempi di Vittore e Zefirino (siamo nel secolo III).

In quelle catacombe vastissime e cunicolari, ci sono i resti di Cecilia, Ponziano, Antero e Fabiano: i martiri; mentre Callisto riposa in S. Maria in Trastevere detta anche Basilica di S. Callisto nei cui pressi è l'omonima piazza in cui spesso nei primi anni romani mi fermavo la sera e mi davo appuntamento: per una pizza ed una birra, non per i Vespri...

Callisto è stato anche lui martire, vittima di una sedizione popolare e ciò che di lui è noto è tutto qui: che fu peraltro vittima di una flagellazione, di una deportazione; che dovette opporsi all'eresia sabelliana, mentre molti lo ritennero troppo mite nei confronti dei pubblici peccatori.

Le catacombe di Callisto sorgono ai confini con quelle di Sebastiano e di Domitilla: a quattro passi dalle Fosse Ardeatine, altro luogo di martirio tornato sulle prime pagine dei giornali negli ultimi giorni dopo la morte del centenario Priebke, l'uomo che non si è mai pentito.

Di cosa, del resto?

Era già morto da tempo, nonostante tutto: l'occasione per dire "grazie" al tempo che gli era stato concesso per pronunciare ancora la parola "scusa" l'ha persa per settant'anni. Dispiace dirlo: era un uomo morto da tempo, temo, un "dead man walking" come dicono gli americani dei condannati a morte che vanno verso il patibolo. Aveva perso non uno ma un milioni di passi per potersi riavvicinare ad un'altra vita.

Dispiace dirlo: non c'è sangue dei martiri per chi non sa chiedere perdono!

Ecco perché non va perso altro tempo: ogni grazie in fondo è come un perdono per quello che ancora non s'era fatto...

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