Certe parabole sono scritte apposta per alcuni che hanno la presunzione di essere giusti e disprezzano per questo gli altri. Introduce così la ben nota storia del pubblicano e del fariseo il Vangelo di oggi.
Ma non è di esegesi che intendo parlare: semmai di presunzione e di disprezzo.
Sto invecchiando e questo - grazie a Dio - mi aiuta a provare pietà e comprensione. Forse sono un po' meno presuntuoso: tutto qui. Ne ho vissute e vedute troppe per poterlo essere. presumo che in futuro sarà sempre più così.
Non si tratta neppure di battersi il petto e di chiedere continuamente perdono. Sono dell'idea che basti provare un po' di vergogna: eccolo un sentimento dimenticato. Ne parlava persino Bergoglio giorni fa: ma non voglio giocare all'ipse dixit!
Se ho fatto male ad un amico, se l'ho ferito, se gli ho procurato del male - lo ricorda anche uno dei salmi - merito di essere guardato con sospetto. Benché tutti noi si speri sempre nella comprensione. Del resto, ti sto confessando la mia colpa: in certo modo ti chiedo scusa. Il mio stesso silenzio, il mio guardare fisso in terra e non trovare parole sufficienti per riparare al torto è già gridarti "mi sento un vermiciattolo".
E vermiciattoli ci si sente talvolta nella vita. Anzi: benvenute a tutte le volte in cui ci sentiamo un po' dei vermiciattoli e non solo quelli che non sbagliano mai.
Io so che sbagliamo tutti.
Che tutti abbiamo tradito e che tutti prima o poi dobbiamo rilassare il diaframma del nostro respiro per poter dire: non sono un hombre vertical: striscio. Come tutti.
Come quella volta che...
Ecco perché non si può non chiedere perdono, ogni tanto, e non concederlo. Perché non abbiamo la presunzione di essere giusti.
Tra il fariseo e il pubblicano, preferisco un'altra figura ancora: quella degli uomini che recano gli occhi bassi e che non sanno dir parola di fronte al malfatto. Tornando un po' bambini, pieni di vergogna. L'ho fatta grossa - ci dicono - come potrai perdonarmi?
Sono quelli che Lui chiedeva lasciassero venire a sé.
In quanto al disprezzo, basta guardare la propria vita per sapere di non avere diritto a provarne. Neppure per gli invertebrati.