Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. E' un testamento.
Sono le parole degli anziani e dei genitori, dei nostri cari: abbiamo fatto quello che pensavamo giusto. Era tutto quello che sapevamo fare. Il resto è venuto da sé. E non tutto viene nel modo che avremmo desiderato.
Siamo partiti per gli Stati Uniti, per Milano e Torino, per la Germania, per farvi studiare: perché non vi mancasse nulla.
Perché non perdeste la speranza, che è la prima di tutte le prerogative necessarie a vivere: dopotutto è l'amore che ci dà speranza, che ci fa aver fede in una vita degna di essere vissuta. Abbiamo conservato la fede.
Paolo scrive così a Timoteo e gli racconta tutto: ha conosciuto anche l'amarezza di essere stato dimenticato.
Ma il tempo è passato: non ne parliamo più.
Il Signore però non lo ha mai abbandonato: se ne dice certo. Anzi: "Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno".
Potremmo parlare di tutte le vie che abbiamo percorso: vicoli maleodoranti e incontri superficiali; ricerche affannose e disperazioni; corsie di ospedali e amici persi per strada. Eppure la fede non l'abbiamo perduta.
Non la fede, quella sorta di consolazione tiepida del cuore: bensì il coraggio di ricominciare ancora, di sperare ancora che esistessero vie che non avevamo esplorato e che forse ci avrebbero condotto in un luogo dove non eravamo mai stati, luogo di pace, portati in salvo, in un cielo che è pieno di promesse.
Domani potrebbe essere ancora buon tempo.