Se la carità è paziente ed è benigna - come dice Paolo nella I Lettera ai Corinzi - non c'è pazienza più forte della carità; e nessuna bontà che non sia piena di attesa. Se la carità non si gonfia e non si vanta è perché non coltiva in sé nessuna forma di invidia, perché sa farsi bastare quanto ha avuto in dono: la Grazia; e quindi non è arrogante, non cerca di prevaricare, non sgomita non s'adira; non è vendicativa; detesta le ingiustizie e ama la verità del cuore: sopporta.
E questa carità ci rende docili e capaci di imparare, come lo sono i ragazzini, per un verso; piuttosto che pieni di noi stessi come i sapienti e i tecnocrati, i potenti, che sono sempre adulti, - come si diceva giorni fa. Perché solo così - con questo cuore giovane - si può amare come si ama se stessi ( e questa, per altri versi, è forza, invece); altrimenti tutti saranno amati infinitamente meno del nostro interesse personale.
Mi trovavo tra le mani la lettera di Paolo, stamani, lettura breve suggerita per la recita dell'Ora Terza, e dentro vi ho trovato - come accade così spesso, grazie al Cielo - il buon sapore del conforto che andiamo cercando quando cerchiamo l'unica cosa che serve - in fondo - per portarla avanti, questa vita: la pazienza. Che poi altro non è che la capacità di sopportare, cioè di "tener botta" come dicono a Roma, di reggere di fronte alle cose che ci chiedono la capacità di lottare.
Mi sono ricordato ad un tratto di una vecchia storia, quella di un calciatore del Milan, Giovanni Lodetti, che correva per due e forse per quattro: che correva per il genietto Gianni Rivera, soprannominato "l'Abatino" dallo scrittore Gianni Brera. Rivera ricamava e corricchiava e Lodetti sputava sangue e polmoni, anche per lui.
Ci vuol pazienza per giocare per due o per quattro; capacità di tirarsi su le maniche e di sudare anche per quelli che non sanno farlo. Ci vuole quindi pazienza, capacità di soffrire, in termini agonistici.
Per anni, dopo il ritiro, Lodetti, se ne andava a giocare con dei ragazzi in un parco di Milano, in incognita, e raccoglieva i complimenti dei suoi giovani compagni di gioco che alla fine lo scelsero come capitano, scoprendo solo dopo tempo - grazie alla soffiata di qualche vecchio milanista - che lui era un ex professionista, un ex della Nazionale, un sette polmoni e un vero leader, più che un gregario.
A parlare del suo passato, Lodetti non si lasciava mai andare al rimpianto e alla recriminazione; tanto meno all'invidia: non aveva mai giocato per il suo solo interesse personale. Era questa l'aria che dava. E forse, nel gioco del calcio, aveva dato un bell'esempio di solidarietà; persino di pazienza.
E' così che giocavamo quando eravamo bambini ancora sani, al pallone, a 10 anni. Non che non si sognassero le grandi imprese ma comunque sempre col gusto di sudare un po' di più, generosi, solidali, tosti.
Ho sempre amato questo genere di calciatori e questo genere di uomini; chi sa di poter essere una roccia, perché costruito sulle basi di una montagna.
Che di questi uomini è la sapienza ed è la carità: che sono costoro a costruire le sorti di un popolo e di un Paese. Che alla fine, ripuliti degli svolazzi dell'adolescenza e del protagonismo, si mettono il peso in spalla, quello che sono in grado di portare e dimostrano nei fatti, nell'amore, di essere dei capofamiglia.
Mio padre, i miei nonni, quelli di tanti tra noi. Chi ha costruito questa casa e questo Paese; chi s'è fatto coraggio e si è detto: se c'è qualcosa da fare, mi ci metto anch'io. Sono questi i Lodetti e i principi della carità, i generosi e i giusti, i bambini che crescendo si son fatti uomini col cuore grande e pulito ancora come quello di un puro: eccoli i sapienti.