Seguitando le nostre conversazioni - esordisce Gregorio Magno - parleremo oggi di un uomo veramente insigne, degno di ogni venerazione. Si chiamava Benedetto questo uomo e fu davvero benedetto di nome e di grazia. Fin dai primi anni della sua fanciullezza era già maturo e quasi precorrendo l'età con la gravità dei costumi, non volle mai abbassare l'animo verso i piaceri.
Se l'avesse voluto avrebbe potuto largamente godere gli svaghi del mondo, ma egli li disprezzò come fiori seccati e svaniti.
Era nato da nobile famiglia della regione di Norcia. Pensarono di farlo studiare e lo mandarono a Roma dove era più facile attendere agli studi letterari. L'attendeva però una grande delusione: non vi trovò purtroppo che giovani sbandati, rovinati per le strade del vizio.
Era ancora in tempo. Aveva posto un piede sulla soglia del mondo: lo ritrasse immediatamente indietro. Aveva capito che anche una parte di quella scienza mondana sarebbe stata sufficiente a precipitarlo intero negli abissi.
Abbandonò quindi con disprezzo gli studi, abbandonò la casa e i beni paterni e partì, alla ricerca di un abito che lo designasse consacrato al Signore. Gli ardeva nel cuore un'unica ansia: quella di piacere soltanto a Lui.
Pur con tutta la patina del tempo e con i limiti dello stile agiografico, Gregorio ci offre da subito l'immagine autentica di una ricerca di Dio, unica scienza per cui valga la pena mettersi in gioco e cercare di cambiare il mondo, che è poi la molla che sembra aver messo in moto Benedetto.
Mi è capitato più d'una volta di soggiornare, nella mia vita, in un monastero benedettino. Ho insegnato Latino e Italiano nella millenaria Badia di Cava, la SS. Trinità, quand'ero appena laureato. Sono stato ospite altrove, per le mie vacanze: da Chiaravalle Milanese a Pontida. Ho visitato, come fanno tanti, Farfa e Camaldoli; Monte Oliveto Maggiore e Vallombrosa, talora soggiornandovi più di un giorno, quasi sempre ricavandone un'idea di studio operoso invero, un po' diverso da quanto si legge tra le righe di Gregorio.
Ma v'è in verità che il movimento benedettino, con gli anni, si è trasformato ed ha trasformato il mondo e l'Europa, coprendola di un manto bianco di chiese e monisteri - come scrivevano gli autori medievali - coltivando nel frattempo anche il gusto per il sapere, lo studio appunto, la riflessione, la lectio divina, il recupero e la manutenzione degli antichi manoscritti.
Certe librerie millenarie in cui perdersi tra incunaboli e manoscritti, codici miniati e documenti anche solo notarili come quelli che in Montecassino certificano - per tradizione - il passaggio dalla lingua latina al Volgare, il ben noto Placito Cassinese. E insieme tutta la tradizione della classicità che altrimenti sarebbe andata dispersa. Non ho mai avuto la vocazione dell'amanuense e del ricercatore anche se all'Università ricordo che mi si offrì l'opportunità di collaborare alla cattedra di Antichità Medievali. E del resto, se Benedetto e i suoi seguaci fuggivano da una certa mondanità delle lettere, cercare in esse i segni dell'eternità e della Rivelazione, è proprio questo il compito del letterato vero che ha incontrato Cristo, anche nell'universo spesso un po' vanesio e disperato della scrivere e dell'indagare.
Perciò: nessun tradimento nei seguaci di Benedetto, da questo punto di vista. Hanno custodito e ricopiato, forse ricercato quello che il Signore lascia cadere nei cuori di chi scrive e studia e cerca il vero e il bello che conduce a Lui (lo splendor ordinis che produce la bontà - come diceva Agostino).
Certo, le specie dei monaci sono tante - come riprende Benedetto nella sua regola - e tra queste i cenobiti e gli anacoreti e gli eremiti che però a questo stato giungono solo dopo anni di obbedienza ad un abate, perché bene addestrati, tra le schiere fraterne, al combattimento solitario dell'eremo, sicuri anche senza la consolazione degli altri, bastano, coll'aiuto di Dio, a combattere, col loro pugno e col loro braccio, i vizi della carne e dei pensieri.
A questi si aggiungano i sarabaiti, che vivono in piccoli gruppi senza una regola, "rammolliti come piombo"; e i girovaghi, sempre vaganti e mai stabili, asserviti alle loro voglie e ai piaceri della gola: in tutto peggiori dei sarabaiti. Clerici vagantes, insomma, di cui era ben ricca l'età di Mezzo, età dell'irrequietezza, nonostante quel che si creda.
Per chi volesse confrontare l'esistente e il presente con l'idea di monachesimo che ebbe Benedetto, basterà leggere il capitolo IV della sua Regola a cui vi rimandiamo: Non fare male per male, non cedere all'ira, non dare la pace falsa, ristorare i poveri e vestire l'ignudo, obbedire in tutto ai comandi dell'abate anche se - non sia mai - egli facesse altrimenti... e poi non desiderare di essere chiamato santo, prima di esserlo, mai disperare nella misericordia di Dio; e così andando.
Con un peso enorme e non casuale dato all'obbedienza appunto (cap. V) Ma perché questa obbedienza sia accetta a Dio e cara agli uomini, ciò che si ordina deve essere eseguito senza esitazione, senza ritardo, senza svogliatezza, o mormorazione o espressioni di rifiuto; perché l'obbedienza che si presta ai superiori viene resa a Dio. Egli stesso l'ha detto "Chi ascolta voi, ascolta me". E dai discepoli sia prestata con buon animo perché Dio ama chi dona con allegrezza.
Se invece il discepolo obbedisce malvolentieri e protesta con la bocca ma anche solo col cuore, per quanto poi eseguisca l'ordine, non sarà accetto a Dio, che vede l'animo dei mormoratore. Per una simile opera non ottiene alcun merito, anzi incorre nella pena dei mormoratori, se non si corregge dando soddisfazione.
Di tutto quel che si sa di Benedetto, molti ricordano il "nulla anteporre all'amore di Cristo". In cui si dimostra di credere, accettando quanto Egli ci chiede di fare, dimodoché impariamo a volere quanto Egli ci comanda di volere, come ebbe a dire S. Agostino.
Benedetto, patrono d'Europa, è ricordato l'11 luglio.