"Chi mai, infatti, si è trovato in una tale unanimità con il proprio padre, o ha obbedito al proprio igumeno in tutto ciò che è conforme ai comandamenti del Signore, come voi, che visibilmente vi siete fatti onore in entrambe le cose? - così Teodoro Studita nella catechesi 87 rivolta ai suoi fratelli, in cui peraltro prosegue - E lo testimoniano gli esili, le persecuzioni, le incarcerazioni, i maltrattamenti e la resistenza fino al sangue nella vostra lotta contro il peccato. E ciò non viene da voi, ma è dono di Dio (Ef 2,8), da cui viene anche la lode. Altri posseggano ricchezze e proprietà, monasteri ed eremi. A me, per una buona reputazione, basta avere voi e potermi vantare di voi. Siete voi infatti la mia gioia e la mia corona (Fil 4,1), la mia vita, il mio desiderio e tutto ciò che ho di buono!
Teodoro del resto aveva ben chiaro il suo ruolo di guida, soprattutto, e questo sopra ogni cosa gli stava a cuore, come appare fin dalla catechesi precedente, la 86:
"Fratelli e padri, vi offriamo anche oggi l'alimento della parola che vi è dovuto; un alimento piccolo e povero, ma che tuttavia è necessario offrire, perché, da una parte, noi non siamo condannati per il nostro silenzio e, dall'altra, voi possiate ricevere un po' di conforto. Se è vero, infatti, che siete confortati soprattutto dalla lettura dei santi padri, tuttavia avete certamente bisogno anche del nostro umile insegnamento, e oso affermare che avete bisogno di questo più che di quella, poiché quella è letta in forma narrativa, mentre questo è pronunciato a viva voce di fronte a voi e può muovervi dei rimproveri.
Ma chi era allora questo Teodoro se non il riformatore, sulla traccia basiliana, del monachesimo bizantino, il quale ripropone e valorizza innanzitutto il modello cenobitico a discapito di quello eremitico; e che di poi incarna in se stesso lo stesso modello dell'igumeno che non si limiti alla sola funzione di responsabile del governo materiale della comunità, ma anche quella del vero e proprio padre spirituale per tutti i suoi monaci?
A lui spetta infatti la catechesi mattutina tre volte a settimana e l'ascolto della confessione quotidiana (exagoreuesis) di ogni monaco, il quale, con totale fiducia e sottomissione, era tenuto a rivelargli ogni suo pensiero cattivo.
Teodoro fu tanto padre e guida, nonché riformatore, da dar luogo ad un regolamento monastico ispirato alle regole dei Padri, modello poi confluito nella Regola Studita; e dall'altra alla creazione di una liturgia monastica ispirata su quella in uso nel monastero di San Saba in Palestina cui s'aggiunsero elementi propri della liturgia cattedrale della grande chiesa di Costantinopoli.
Né si trattò di frutti effimeri, nonostante le enormi difficoltà riconducibili alla lotta iconoclasta che lo vide impegnato in prima fila a sostegno delle tesi degli iconoduli (da qui il richiamo alla dispersione ed alla persecuzione del primo frammento riportato); tanto che a Regola Studita (Hypotyposis) fu in breve tempo adottata dalla maggior parte dei monasteri bizantini, fino in Italia Meridionale (VIII-IX sec.) e capace di ispirare la successiva regola del monastero di Lavra sul Monte Athos (Diatyposis) attestata da Atanasio Athonita e dai suoi successori.
Nella scelta dello stile di vita e nella Regola del resto Teodoro aveva dei riferimenti ben precisi e direi non negoziabili: per prima cosa, la povertà evangelica, così come Basilio, al punto di vietare ai singoli monaci l'uso di schiavi e di bestie da soma e da lavoro (in realtà era la stessa idea di ogni possesso personale ad essere messa in discussione: erano comuni persino gli abiti per i quali avveniva di norma lo scambio (tà allagmata) così come i dormitori anch'essi in comune, al fine di riprodurre il modello della prima comunità apostolica, in cui vi era "un cuor solo e un'anima sola" e ogni cosa era considerata comune (At 4,32).
Secondo punto irrinunciabile è il valore del lavoro appunto, attraverso il quale il monaco rende servizio e culto a Dio, offrendogli il sacrificio quotidiano ("Voi tutti santificate le vostre mani; il vostro lavoro sale al cielo come un sacrificio e un'offerta).
A servizio di questa concezione della vita cenobitica, che esaltava la sottomissione (Hypotaghé) come la virtù principale del monaco - una sottomissione però mai disgiunta dalla carità - e considerava la comunità come un corpo unitario, Teodoro creò una struttura gerarchica molto elaborata, al vertice della quale era posto l'igumeno. Sotto di lui era posto un secondo (deutereuon) e poi i responsabili dei vari servizi ed attività.
Sappiate, miei amati e desiderati fratelli, che lo stesso Signore Gesù Cristo, il dispensatore dei beni che sorpassano la nostra intelligenza, dopo essere disceso sulla terra, non abbracciò la vita dell'eremita né quella dello stilita, né alcuna di quelle di cui abbiamo parlato, ma piuttosto la norma e la regola della sottomissione.
Questo, mentre il suo influsso sulla liturgia bizantina - come già accennato - è stato d'altra parte enorme, grazie alla diffusione dei testi redatti sotto l'impulso del suo scriptorium e grazia all'opera sua e del fratello Giuseppe cui sono attribuiti la buona parte degli inni del Triodion e del Pentekostarion.
Della sua vita, sulla quale peraltro torneremo nell'ambito della questione dell'iconoclastia, per ora basti sapere che, iniziata nel 759, sotto il regno dell'imperatore iconoclasta Costantino V, essa fu tutta all'insegna dell'avventura, della lotta e della fuga, dell'esilio, fin dai tempi in cui maturò, in lui e nei suoi, la vocazione monastica sotto l'influsso dello zio Platone, igumeno a sua volta dl monastero di Simboli; fino alla morte sopravvenuta, mentre era in esilio con i suoi monaci, nell'isola di Prinkipo, nell'arcipelago dei Principi, tra Nicomedia e la Calcedonia, l'11 di novembre dell'826.