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Non tacere

Pubblicato da enzo cilento su 29 Agosto 2013, 08:02am

Tags: #la storia

C'è un rumore delle armi che incombe sulla Siria. "Che taccia" - ribadisce il Papa. E tutto intorno un silenzio assordante. Quello di chi non ha argomenti.

Tacciano dunque: Anche se le truppe e le divisioni di Francesco sono poca cosa - come avrebbe rimarcato Stalin, detto "Baffone" - qualche decennio fa, milioni di morti, anche cristiane, sulla coscienza.

Così che, mancando di queste - delle truppe -, non c'è molto da illudersi insomma.

A fronte di una Chiesa che marcia divisa, peraltro, (ahi, il cammino verso l'unità!); che retrocede, più che avanzare, in ordine sparso, e batte in ritirata: ognuno per la propria strada a difendere la propria esile sopravvivenza e la propria diversità.

Il caso vuole che in questi giorni stia leggendo di quei tempi eroici della Chiesa di Siria, ritratti nelle lettere di Ignazio di Antiochia, vescovo ormai votato al martirio, anzi già sulla strada, mentre scrive agli Smirnesi o a agli Efesini e raccomandando loro di restare stretti alle loro guide: ne avevano. E di credibili: come Policarpo, Onesimo. Altra Chiesa per altri tempi!

"E' meglio tacere ed essere, che dire e non essere. - commenta il vescovo - E' bello insegnare, se chi parla opera.

Uno solo è il maestro che ha detto e ha fatto; e ciò che tacendo ha fatto è degno del Padre. Chi possiede veramente la parola di Gesù può avvertire anche il suo silenzio per essere perfetto, per compiere le cose di cui parla o di essere conosciuto per le cose che tace.

Nulla sfugge al Signore, anche i nostri segreti gli sono vicino.

Tutto facciamo considerando che abita in noi, per essere noi templi suoi ed egli il Dio che è in noi, come è e apparirà al nostro volto, amandolo giustamente (Agli Efesini XV).

Ma il martirio, verso il quale si avvia quasi gioioso Ignazio, non può essere la vocazione di tutti né la condanna a cui i violenti destinano tutti coloro che gli si oppongono - oggi più che mai - i civili e gli inermi.

Il martirio, al più si abbraccia e ci si può trovare immersi in esso fino alla croce.

Ma in questo l'Occidente, il mondo intero non può lasciare che si faccia; che nessuno insomma lo imponga con i tratti del genocidio, con qualsiasi tipo di armi esso avvenga: e non solo per difendere le nostre coste, le nostre mense

Così è martirio quello subito dalla popolazione inerme; ma lo è anche quello di una popolazione universale, di credenti e di non credenti, che si vedono impotenti, zittiti, di fronte all'eccidio ed alla violenza perpetrati tra le incertezze, i veti incrociati della comunità internazionale: anche se la storia dovrebbe insegnare: ricordando altre Shoah.

Ogni coscienza, di fronte al perpetrarsi dell'ingiustizia, di fronte all'immobilismo o all'interventismo superficiale e talora irresponsabile della comunità internazionale, dovrebbe sentire che le è inferto il martirio dell'impotenza e dell'intelligenza resa inerme.

"Tacciano le armi" - dunque - ma non tacciano le coscienze, se non volete ucciderle.

Non voltate lo sguardo da un'altra parte; neppure di fronte ai morti di Nigeria e di Egitto, chiese e cristiani, sunniti o islamici che siano.

"Se, come dicono quelli che sono atei, cioè senza fede, che egli soffrì in apparenza (per Ignazio sono i doceti ndr.); essi che vivono in apparenza, perché sono incatenato?" - dichiara ancora Ignazio nella lettera ai Tralliani.

Se, come sostengono coloro che non sono mossi ad empatia, a misericordia, a compassione, vivere in questo modo è l'unico modo umano e civile, moderno e laico che esista; essi, che sono abituato a vivere in questo modo; perché le nostre coscienze rimangono incatenate a denunciare questa ingiustizia e questo silenzio; questa reazione inutile del mondo civile?

Il nostro compito - come uomini - è lo stesso di Geremia; lo stesso di un Battista: non tacere.

Si può per questo temere di rischiare la vita; di fronte ad una vita che altrimenti contraddice e smentisce se stessa, tacendo?

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