"Nell'inquietudine la pace" - sentenziava oggi la collega Marina Corradi su Avvenire, rifacendosi alle parole adoperate dal Papa in occasione della festa di S. Agostino. Sottolineando, la Corradi - in modo invero non originalissimo - che nel percorso del vescovo di Ippona si può riconoscere mirabilmente ogni uomo moderno, "arrivato", cioè di successo, con tutta la sua inquietudine.
Ma se il nostro cuore è così inquieto - come rilevava il Santo Padre, Agostino, non tutte le inquietudini - va rilevato, conducono necessariamente a quella pace che ci è stata promessa.
Molte inquietudini - mi dico infatti - sono difatti paralizzanti (è la specificità dell'uomo moderno), forse anche perché non riconosciute, non guidate, non sostenute, non indirizzate.
Ci sono inquietudini che infatti finiscono per non condurre a null'altro che alla disperazione e il cuore nostro resta inquieto per sempre, quasi in modo patologico; altrimenti, ogni angoscia dovremmo pensare che si tradurrebbe necessariamente in conversione e in santità, mentre alcune angosce, purtroppo, restano angosce e, alla lunga non hanno nulla a che vedere con un percorso di fede: forse neppure più di ricerca. Sono solo un gioco di specchi e di voci concentriche
E' solo per questo infatti che la Chiesa, di volta in volta, scopre i suoi Ambrogio e i suoi Ildefonso Schuster (se ne fa oggi memoria), guide morali, per convogliare l'angoscia verso l'approdo; ed è per questo che noi preghiamo, chissà poi con quanta consapevolezza, che siano mandati operai nella messe sovrabbondante che, oggi più che mai, vive angosciata e senza speranza di verità, come i chevaux de bois, i cavalli della giostra di Rimbaud, che girano e girano, senza speranza di fieno, al suono ipnotico di un oboe e dell'orchestrina della giostra.
Mi ricordo anni fa che, assistendo alle partite di calcio di una squadra di provincia iberica, l'Alavés, a tutte le azioni faceva da sfondo questo suono ripetitivo di un'orchestrina di tifosi posta sugli spalti ,che sembrava accompagnare vanamente e monotonamente tutte le azioni fine a se stesse dei giocatori locali, che in porta non ci arrivavano mai.
C'è certa angoscia che cammina così come gli chevaux de bois e come l'orchestrina dell'Alavés, in attesa che finisca la partita o il giro di giostra, "altro giro, altra corsa".
Occorre - intendo dire - che quella inquietudine, perché diventi pace, è necessario trovi operai pronti a trasformarla, con la propria fatica e col proprio impegno; che sappiano leggerla e che vogliano ascoltarla; che siano messi in grado, e non solo dalla Grazia, di accoglierla, operai e lettori non ciechi ma intelligenti, capaci di riconoscere dietro ogni malessere un uomo, nella sua individualità, ciascuno con un suo percorso ed una sua storia.
Gli altri sono passacarte, magari colmi di buona volontà, che non lasciano intravvedere alcun'altra pace che quella della rassegnazione, non cristiana, di chi definitivamente accetti il proprio stato di non compreso.
La pace al cuore inquieto passa da uomini operatori di pace, cioè operatori di verità (quella di ogni persona) e di giustizia: che non avviene mai indiscriminatamente e meccanicamente secondo il principio per cui essa sarebbe uguale per tutti.
Perciò infatti il diritto riconosce circostanze attenuanti e variabili che i vecchi dattilografi non erano tenuti a conoscere, presi solo dall'ipnotico ticchettio delle loro tastiere.
L'inquietudine - signora Corradi - ha bisogno di maestri per diventare pace, allo stesso in cui Cristo ha sempre bisogno delle nostre mani, del nostro cuore e del nostro cervello.
Il resto è letteratura, talora mediocre, o solo dattilografia.
Meglio il pc, mi creda!