Traversata la dorsale appenninica, mi trovo su quella lingua di terra da tregenda che è rimasta nella memoria come la linea gotica. Memoria che si rinfresca di quel che vedo a Marzabotto e su Monte Sole, sul Caprara a cinquanta chilometri di distanza da Bologna, sotto la via che si apre fino alla Toscana lassù dall’alto delle pendici; e alle spalle brigate e innocenti, bambini vecchi preti donne e contadini trucidati. Tedeschi da una parte, qui; e gli alleati dall’altra parte: tutto in mezzo, la morte e le esplosioni. Ah non c’è bisogno alcuno di tornarci qui per saperne qualcosa: basterebbero i libri; ma in terra ci sono ancora le trincee, rifugi e sentieri calpestati e mine forse e bombe inesplose; e dall’altra parte, l’alta velocità della Variante di Valico e della gente che corre sempre per dimenticare. Camminando a piedi invece, terra coperta di muschio e di foglie di quercia soprattutto, sento come il fiato la corsa di chi è inseguito dalla morte che ha sempre quella faccia scavata e senza denti, falce e mitra è la stessa cosa. E intorno sono ruderi, la chiesa, il cimitero, don Dossetti e i proiettili; una statua come una Nike di Samotracia rimasta nel vuoto; e le croci, i marmi, le case sventrate e l’edera che le ricopre: tutto si copre come una ferita sconcia, che vorremmo dimenticare. Di là Bologna la dotta, Bologna la grassa, il tran tran della vita che è passata di qua e non è più tornata. Qui non ce n’è più, se non per i monaci, i solitari e le bestie selvatiche che frequentano i boschi. A loro le parole non servono: vanno avanti silenziosamente con qualche litania e con qualche latrato. Chissà tu dov’eri …
Un viaggio tra gli spiriti
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