La tradizione le chiama “novene”.
Per noi son giorni dedicati “in special modo”: giorni in cui, in breve, si sta con i fari e con gli occhi puntati, appena un po’ più del solito, su ciò che ci sta a cuore, su quello in cui crediamo.
Non è un rituale magico, e non è neppure la panacea di tutti mali: non li risolve tutti, intendiamoci. Aiuta però un po’ a guardarsi, a ripulirsi dentro; a fare a meno di quello che proprio non serve; e non solo in senso materiale.
E’ una pratica devozionale, vero! E non ci trovo nulla di male anche se qualcuno ne sorride; se altri storce la bocca. La pratica di un digiuno (di cui tra gli altri, Agostino spiega benissimo il senso) – che dunque non è certo e solo quello che ci priverebbe del mangiare o del piatto a cui siamo legati – è di prassi in tutte le religioni.
Due giorni fa - per dire - gli Ebrei celebravano lo Yom Kippur – ricordo - che presenta simili impostazioni; e lo stesso fanno i musulmani, per quel poco che ne conosco.
Insomma, la sapienza del cuore e anche la vista si affinano solo ripulendo e spazzando quel che proprio c’è di troppo; come avviene in casa che ogni tanto di qualcosa bisogna liberarsi e a qualcos’altro rinunciare una volta per tutte, per prendere respiro.
Un digiuno dai media – e dal mio blog - a volte trovo che sia di questi tempi la medicina migliore.
Tutto questo, per dire che oggi, per chi vuole, si possono dare inizio a nove giorni dedicati (la novena) a San Francesco di Assisi, prendendo spunto da qualcuno dei suoi pensieri – per cominciare - e poi decidendo di agire di conseguenza, sperando che non sia solo per ventiquattrore. Questo è lo schema classico, semplice, come lo era in apparenza il santo. Poi sono possibili migliaia di variazioni sul tema, non eccedendo nelle pratiche ascetiche e penitenziali e neppure in quelle anacoretiche da performance e afflittive; mirando più in profondità direi: decidendo di leggere un po’ alla volta il Cantico delle Creature, ecco!; i Fioretti e la Vita del Santo;
o ancor di più, un Giona – dico - come gli Ebrei, per Yom Kippur; o Giobbe, Tobia, un Vangelo; ma soprattutto decidendosi a farsi vivi con chi di noi sente la mancanza, il bisogno di una mano.
Se a qualcuno parrà buonismo, a noi pare invece un’ottima maniera per provare a sperimentare che si può provare a vivere in modo migliore. Nove giorni così (poi le novene chiedono altro: sacramenti e riconciliazione ma questo è un altro discorso) e insomma il programma di cambiar vita: almeno un poco.
Come dire: nove giorni per cambiarti un po’ l’esistenza quotidiana, il tuo modo di viverla e di reagire alle cose. Liberandoti di qualche peso e cose inutili, di sciocchi risentimenti e così via.
E come dicevano una volta i fratelli di Francesco, “Buon cammino!”. Che le cose si scoprono sempre per via …
