Ci sono passi struggenti nella Scrittura, concentrati in questi giorni, che non so quali corde personali vadano a toccare e che tutti richiamano ad una giustizia attesa invano, ad un riconoscimento quasi postumo, con una grande fragilità umana scoperta; pagine che se anche non fossero quel che sono – Scrittura – e quindi anche per chi non la dovesse considerare “sacra”, ciò nondimeno sono espressioni altissime di letteratura, come sa esserlo a volte la grande poesia dei tragici greci, Euripide, Eschilo, Sofocle. Al di là di tutto è un gran peccato che le nostre antologie letterarie le trascurino, solo perché “a torto” considerate “confessionali”.
Davide che piange ad alte grida il figlio ribelle Assalonne, per cui dorme per terra e si lascia andare al dolore più disperante. Quel “figlio mio, figlio mio, Assalonne figlio mio” è un grido lacerante che fa rabbrividire. Di fronte alla morte infertagli da luogotenenti fin troppo zelanti, anche il tradimento si dimentica; mentre il padre è restato per giorni in attesa di buone notizie dal fronte dove il figlio combatte le schiere del padre; così che persino il passo di ogni messaggero sembra suggerirgli, persino il rumore del passo, il suo andamento, la notizia che sta per raggiungerlo.
E il poema di Giuseppe, venduto come schiavo, tradito dai fratelli, che non riconosciuto nel momento in cui i fratelli si recano in Egitto per chiedergli del grano, si ritira e piange. Come farà, anche lui con alte grida, al momento in cui deciderà di rivelarsi ai fratelli che pure lo hanno tradito.
Non c’è notte in cui Dio non sia presente, come faceva intendere giorni fa l’episodio di Giacobbe che lotta con l’Ignoto, al torrente Iabbok.
Insomma non c’è notte in cui siamo lasciati soli: men che mai nel dolore. E’ la lezione di Giuseppe che rassicura i fratelli “vi ho preceduto qui in Egitto per salvarvi la vita”.
Benché le loro intenzioni fossero tutt’altra cosa e nonostante la percezione di essere stato abbandonato da tutti, persino dai suoi fratelli. Forse perché nessun amico è così intimo come colui che non dorme mai, che veglia, nelle nostre notti di solitudine e di malattia.