L’amore non è mai ideologico e l’ideologia è sempre lontanissima dall’amore: in ogni cosa.
Si tratta di preconcetti, di schemi studiati a tavolino; di sovrastrutture che non vogliono bene all’uomo, che lo schiacciano invece, perché non tengono conto della realtà concreta, ecco.
E’ la vecchia storia della relazione tra il sabato e l’uomo. Amo la sobrietà e la povertà, la capacità di accontentarsi di poco: si tratta di una gran libertà. Eppure, se questa dovesse diventare ciò che impedisce all’uomo di rendersi disponibile alle necessità altrui, alle proprie, quelle primarie, quello stesso valore positivo diventerebbe ideologia, cioè un dover essere che sovrasterebbe l’uomo, anche se a quell’uomo potrebbe esser chiesto davvero la povertà.
E allora che cos’è la povertà se non una libertà dal potere assoluto delle cose, dal loro ricatto e dall’idolatria?
Se possederne diventa la ragione per cui si vive, esse diventano un altro dio e sono quindi idolatriche, ideologiche, sostituiscono l’immagine di Dio e del Vero; come allo stesso modo, se quella povertà assoluta talora dovesse diventare non solo il costume ma il valore in sé, la condizione essenziale ma soprattutto assolutizzante, un divieto assoluto, solo regola; eccola di nuovo far capolino l’ideologia e l’idolatria, dietro l’angolo.
E’ per questo che anche il pauperismo ideologico (non dovete avere nulla, neppure una moneta in tasca), se diventa un surrogato della perfezione rischia di diventare anche un surrogato ed un sostitutivo di Dio. Non è questo che vogliamo.
Le cose non devono possederci – questo sì - e neppure le idee. Possiamo invece fare uso delle cose perché le idee si realizzino, soprattutto quando queste nascono da una volontà di condividere quella che è la nostra ricchezza che, nel caso specifico, è la gioia che ci deriva da quanto abbiamo incontrato e da quella libertà dalle ideologie e dalla dittatura delle cose a cui siamo approdati; persino dall’assolutizzazione di certe nostre intuizioni. Credo che di contro la libertà dei figli di Dio consista proprio nel non valutare mai nulla come un assoluto ma tutto invece in relazione con il Valore al cui servizio mettiamo le nostre convinzioni e le nostre cose.
Credo che in questo consista la vera povertà che è sempre una libertà rispetto a ciò che ci possiede.
E’ povero davvero non solo e non tanto chi non ha nulla, ma chi da nulla è posseduto; e quella povertà, essendo una libertà, è la più grande delle ricchezze, l’unica che se mancasse, ci mancherebbe.
A quella, dico – che si chiami distacco dalle cose o altro – possiamo essere lieti sì, di appartenere.