Nel quartiere in cui ho abitato per quindici anni a Roma, e nelle vicinanze, fino a piazza Vittorio Emanuele, oggi meglio nota come Chinatown, incontravo non di rado lembi estremi della nostra civiltà, scarti per così dire, per i benpensanti. Si trattava di un po’ di senza fissa dimora; di clochard e di immigrati, quelli che lavorano al mercato rionale, e quelli che dormivano in diciassette nel seminterrato sotto casa mia. Non era sempre un bel vedere e diciassette facevano schizzare i consumi condominiali di acqua; e, cucinando ad ogni ora del giorno, era tutto un trionfo di aglio abbrustolito e di curry, persino di aringhe affumicate. A qualcuno non piacevo; a qualcuno dei loro bambini invece veniva di giocare a pallone con me, in giardino.
Non era difficile neppure incontrare i trans ed i viados, alcuni davvero sgraziati e disperati; altri diffidenti ed aggressivi. Qualcuno l’ho veduto pure in chiesa, in san Leone: e cosa ci sarebbe stato di male?
Le chiese dovrebbero essere per loro, soprattutto per loro, per quelli ai margini di tutto: anche della nostra pietà; anche se non sempre ci piacciono. Chi sono io per giudicare chi Ti cerca?
Nel quartiere dove ho vissuto, li incontravo a fare la spesa e per strada, finte bionde e “finte” donne; finte rosse e finte tette; storie vere dal margine del nostro mondo. Sono quelle donne e quegli uomini che tra la folla cercano di toccare la veste del Cristo, nonostante tutti i cordoni protettivi perché nessuno lo avvicinasse.
Sono quei cordoni che dovremmo tirar giù perché tutti hanno il diritto di toccare e di sperare che un vento nuovo sconvolga e conforti la loro vita.