A chi gli faceva osservare che occorreva guardare alla sistemazione dei suoi uomini in campo, il vecchio allenatore di calcio, Bruno Pesaola, il Petisso, sembra che rispondesse “el problema è che io li sistemo in campo, ma poi quelli se muovono”. Ridevo l’altro giorno di fronte a questa logica stringente del vecchio coach.
E’ vero: non solo gli uomini si muovono e si spostano; ma – direi – sono le cose che, sistemate e progettate in certo modo, poi alla prova dei fatti sembrano andare un po’ per i fatti loro. Per questo ho ricordato qualche suo collega che ai suoi atleti indisciplinati, aveva disegnato una sorta di area di competenza – una gabbia - dalla quale non dovevano in alcun modo uscire e là, come dentro un nucleo senza sbocchi, i minuscoli “protoni” non dovevano dibattersi che entro quei due metri quadri. Quelli che, istintivi, non ne erano in grado, l’allenatore li considerava inadatti al suo schema.
Non so se avesse ragione lui e la sua mente programmata o invece l’estro dei suoi puledri incorreggibili che alla fine metteva fuori squadra. Fa niente che il nome del trainer fosse Orrico o Sachi o perfino Mourinho, uno che va per la maggiore, anche in fatto di compensi.
Di cavalli pazzi del resto è piena la storia dello sport e la vita degli uomini soprattutto. Cavallo pazzo si chiamava Luciano Chiarugi, attaccante di calcio a metà tra i Sessanta e i Settanta (Fiorentina e Milan) proprio per queste ragioni (ma allora vigeva ovunque tutt’altra filosofia libertaria); lo era Zigoni, un altro che dalla Juve lo mandarono in provincia per la medesima indomabilità dell’istinto. E per certi versi lo erano tutti (o tanti) loro contemporanei: da Meroni a Mondonico, giusto per fare dei nomi. E che l’istinto poi abbia nuociuto alla carriera mi fa ripensare a quel che si raccontava di Best; per non dire – in scala minore - di Marocchino, di Vieri padre; e oggi di Cassano e Balotelli;
mentre in atletica il cavallo pazzo per antonomasia era l’ottocentista Juantorena, cubano, per il modo di correre, però; un po’ sgraziato come l’italiano Marcello Fiasconaro. Ovunque (nel basket, Pozzecco); nel tennis Nastase e poi i nostri Panatta e compagni, persino Mac Enroe, il dilemma tra estro e disciplina è irrisolto.
E’ per questo che quando il calcio (e la vita) è diventato scienza di squadra (Sacchi e Michels) quella libertà è tramontata; e all’estro ha finito per sostituirsi la disciplina che è sempre aziendalista e istituzionale.
A questo proposito, mi viene in mente la mia breve carriera (un po’ abortita) nella Chiesa (non solo) e nello sport. Appena si è scoperto che giocavo un po’ alla Cavallo Pazzo, l’istituzione ha pensato di sostituirmi con un più affidabile soldatino, grigio sì, ma sempre al posto suo. Il gioco di squadra dicono che funzioni così, anche se svuota gli stadi.
Nell’atletica partivo sempre a razzo, più o meno, da ragazzo. Poi, se c’era il fiato bene; e se no, insomma alla viva il parroco. Sostengono i più che si giochi e si viva allo stesso modo. E noi siamo questi.
Sono pochi i poeti che sopravvissero allo sport: l’unico diplomato poeta, fu Vendrame, un dieci folle e stralunato tra Vicenza e Napoli tanti anni fa. Ha lasciato qualche libro e pochi tocchi di classe a pallone; mentre i campionissimi inimitabili di un tempo, la poesia folle la ricamavano in campo, sempre fuori spartito però.
Poi, certo, dipende dall’affetto del resto dell’orchestra.
Calzini giù come Sivori e niente parastinchi, irridenti e creativi; di uno di loro disse Mourinho che fosse in possesso solo di un neurone e che non sempre ne facesse uso. Aveva ragione: sennò che cavallo pazzo sarebbe stato?
Quei cavalli sono un po’ allo stato brado, in genere pezzati come quelli degli indiani nei mitici film del Far West. Si cavalcano senza sella e in genere ti portano dove dicono loro: o lontanissimo o esattamente in bocca al nemico. Ma questo credo che dipenda tutto dalla regia che è sempre rigorosamente filo-americana e che di cavalli e pellerossa proprio non ne vuol sentire parlare. Figuriamoci dei capi tribù, dei quali infatti il più celebre chiamasi Cavallo Pazzo, così come Geronimo e Kocis e così via svolazzando sull’ala (di fantasia).
In fondo Toro Seduto – parlo del nome - fu solo un eccezione. Chi sta seduto è perduto, anche nei pressi di Wounded Knee.
