S’era fatto male giocando a calcio tra amici, un pomeriggio, su di un campo di periferia. Il piede gli si era piantato sull’erba sintetica e via, un ginocchio che fa una torsione innaturale: un dolore lancinante e poi immediato un gonfiore che non lasciava presagire niente di buono. E vabbè: “senza operazione, non puoi più giocare a pallone”.
Non riusciva neanche più a passarci davanti ai campi di calcio; e se gli capitava, non alzava lo sguardo per non morire d’invidia e di malumore. Era troppo grande la sofferenza. Il suo gioco preferito …
Ci prova ancora a indossare gli scarpini: ogni volta una delusione.
Le sue partite neanche cominciavano che già erano finite, come tante altre cose del resto.
Fu allora la volta degli allenamenti mirati, in palestra, del “tocchiamo il limite del dolore”; “puntiamo all’irrobustimento”: non che avesse molte speranze del resto.
Finché ringalluzzito e pure un po’ disperato non pensa di indossare un tutore.
Il ginocchio malfermo e martoriato fasciato come un salame e una fifa terribile da gestire. Va bene la prima e poi anche la seconda, e poi ancora.
Persino l’altro ginocchio gli fa crac, qualche anno dopo, senza per questo farlo desistere dall’impossibile, perché nella vita si lotta fino all’ultimo respiro. Un'altra fasciatura sull’altra coscia, come nel calcio dei pionieri.
Non è una storia singolare e non è neppure un’invenzione: è la mia piccola via crucis per tornare a giocare.
Son di quelle cose che ho cercato di applicare poi sempre nella vita, di cui lo sport vero è una metafora perfetta. Fascia o non fascia, uno ridiscende in campo perché la passione per la vita non la spegne nessuno; specie se te la vogliono strappare. Ed è uno dei motivi per cui mi sento forte, anche nella contrarietà: so che è già pronto, da qualche parte, un altro tutore da infilare.
