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Lettera aperta lettera di pace

Pubblicato da Enzo Cilento su 23 Giugno 2015, 10:08am

Tags: #in vista

Pace. E verità.

Vorrei parlare finalmente a tutti quelli che si sono sentiti traditi e abbandonati da un anno a questa parte, da parte del sottoscritto: ce ne sono, ce ne sono.

Bisogna farlo perché amo la verità (e ora persino la pace). Se avessi avuto un giornale disponibile alla bisogna; una pagina locale che non fosse il web, avrei usato quella: non c’è.

E’ molto imbarazzante per me – ecco - dover rispondere alle legittime domande di chi ora rivedo pure con piacere (mica tutti!), di tanto in tanto, quando ritorno dai miei genitori. “A che punto sei con i tuoi studi?” – mi chiedono, mentre qualcuno – bontà sua – quasi sembrerebbe protestare perché li avrei abbandonati: da un anno a questa parte, appunto. Dio solo sa cosa ci sia dietro ogni domanda.

Ebbene: è infatti trascorso esattamente un anno (era il 12 di giugno del 2014), da quando ho “lasciato” il Seminario di Napoli.

La verità (già, la verità!) è che non si è potuto fare altrimenti; non si è voluto. Ma non è per rancore che scrivo, no. Voglio pace!

C’è stato anche quello, il risentimento, ne convengo. In buona misura è stato superato.

Mi spiace aver lasciato i miei amici, anche quelli del Catechismo, per dire; quelli in parrocchia (ma non solo loro!); giovani e meno, e poi così, sul più bello. Per non dire delle signore che incontravo in chiesa ed al mercato, la mattina.

Ricordo con piacere la cena del mio compleanno del 2013, con tanto di libro in dono da parte di tutti: “adottato!”.

Insomma, vi porto nel cuore, a modo mio; e vi chiedo scusa per non avere avuto il coraggio di spiegare prima, sfuggendo: ma come fare del resto, senza ferire?

Non c’è stata sintonia e fiducia - mi pare - con chi detiene la responsabilità di certe scelte in Diocesi, soprattutto: ecco. Con chi sarebbe stato responsabile della formazione (studi e affini). Avevamo punti di vista divergenti soprattutto su quel poco e quel tanto che avevo fatto prima e nel frattempo, da onesto professionista di studio e di parola. Ma tant’è, via!

E’ una questione chiusa e del tutto marginale. Al fondo, non ci siamo fidati l’uno dell’altro; non troppo. E volevamo cose diverse, credo …

Amici miei (e non); no, temo che non tornerò al natio borgo selvaggio se non in vacanza o per altre necessità familiari; ma questo andava detto una volta per tutte.

Avrei desiderato restare vicino ai miei, alla posto dove sono nato, anche se è da tanto che vivo lontanissimo, in ogni senso (tre decenni ormai: sono attempato!).

Avrei voluto rendermi utile per quel che sono e che ormai non potrei più non essere: un uomo con mille interessi, magari contraddittori (non direi) che scrive, che dialoga, che guarda anche fuori dell’orto di casa. E con quel po’ di fede che insomma, grazie a Dio, non ho perduto.

Ad ogni modo proseguo il mio cammino, di fede e di formazione, questo sì. Penso che – rassicuratevi! - prete non lo sarò mai: ormai a cinquant’anni è tardi. E perseguo semmai il mio ideale di vita (evangelico).

Conduco per ora, da lontano, una vita del tipo di cui dico e questa è la scelta che non ho mai abbandonato, neanche allora; che poi mi ha tenuto in vita, da un anno in qua e nei momenti peggiori.

Mi spiace ad ogni modo per le ferite inferte e subite: quelle alla mia famiglia innanzitutto che ha dovuto assistere alla scena già vista di un figlio non sempre amato e respinto (ancora) per molti versi; un po’ abbandonato e infine respinto dal sistema che però - lo sottolineo con convinzione - è legittimamente libero di scegliersi gli uomini che vuole e che ritiene degni ed atti a fare ciò di cui esso ha bisogno: per sopravvivere.

Voglio ringraziare qui soprattutto le tante persone di tutte le età che in paese mi hanno mostrato il loro affetto, sconosciuti e vecchi amici di famiglia, vecchi amici miei.

E quei nuovi amici che in un anno circa avevo trovato e a cui non so come dire ancora “grazie”, perché mi hanno aiutato a capire e poi anche ad andare, senza rimpianti eccessivi, solo con un po’ di dolore.

Infine grazie alla mia famiglia meravigliosa che si è stretta attorno a me come sempre, per sostenermi quando davvero la prova si era fatta ardua, insostenibile.

A tutti dico che in ogni caso, ci sono ancora, per quando e per come posso. E che infine, nella vita non si sa mai (ma non è una minaccia); anche quando il tempo avanti è poco, anzi sempre meno.

E con affetto. Quello, sempre, malgrado tutto. Si perdona, si perdona. E sennò che stamo a fa’? – si dice a Roma.

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