Mi levo al mattino intorno alle 5,15, ormai senza una sveglia.
L’ho imparato nel mio breve passaggio in monastero, a Chiaravalle. E’ una delle eredità che mi hanno lasciato loro.
Non che prima non fossi mattiniero.
Ora lo faccio però perché adoro il silenzio e, ora soprattutto, al di sopra dei tetti, vedo spesso anche albeggiare. Do uno sguardo di tanto in tanto alla luce perlacea che vedo dietro l’Appennino.
Si fa non per una regola in sé da rispettare, ma perché è come un sogno veritiero.
Mi torna in mente quando sono al mare, dai miei, non solo d’estate, e sul molo ci sono i pescatori ad aspettare, canna da pesca in mano, e soprattutto il piacere dell’attesa e di quei piccoli tonfi nell’acqua, la risacca.
Solo per questo ci si mette a leggere i salmi, diciamo pure “a pregare”; talvolta come a meditare; perché insomma la preghiera è innanzitutto un meditare all’alba di un giorno che si rivede nuovo, speranza tremolante come l’aria del mattino: faccio domande silenziose. Nient’altro e cerco di capire, di sentire.
Attorno tutto dorme invece, e tutto continua ad essere e a biancheggiare, distante; tutto galleggia, mentre altrove è vivo, persino vorticoso: è vita.
Non sono uno stilita, appeso su di una colonna; e neppure un muhezzin.
I miei tempi di estasi, in cui mi perdo, per così dire, sono attimi e sono intermittenze; il cuore non è capace di fare più di questo. E in questo, il corpo stesso respira dello stesso ritmo delle stelle, le ultime; della luce che s’apre tra le tenebre; mi si allarga il cuore, come dice il salmo; imparo a respirare nel profondo, come se il diaframma si aprisse e gustasse nelle viscere un’aria che mancava, libero da un’oppressione che lo contrae invece quasi sempre.
Questo è l’esito di questo mondo: non c’è dubbio.
Mentre dell’altro e di quell’aprirsi al cielo alla mattina, perdiamo la memoria: solo un rimbombo sordo, un terribile pulsare che sa di tensione, metallica e autoreferenziale, destinata a finire, come ogni macchina per quanto perfetta essa sia.
L’alba dietro i vetri o sul terrazzo, come l’orizzonte che vede l’ammalato la mattina, il ferito e l’indifeso, il disperato. La notte che è passata e l’oggi che mi dà respiro.