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L'oggi che mi dà respiro

Pubblicato da Enzo Cilento su 10 Giugno 2015, 08:24am

Tags: #Vita consacrata

Mi levo al mattino intorno alle 5,15, ormai senza una sveglia.

L’ho imparato nel mio breve passaggio in monastero, a Chiaravalle. E’ una delle eredità che mi hanno lasciato loro.

Non che prima non fossi mattiniero.

Ora lo faccio però perché adoro il silenzio e, ora soprattutto, al di sopra dei tetti, vedo spesso anche albeggiare. Do uno sguardo di tanto in tanto alla luce perlacea che vedo dietro l’Appennino.

Si fa non per una regola in sé da rispettare, ma perché è come un sogno veritiero.

Mi torna in mente quando sono al mare, dai miei, non solo d’estate, e sul molo ci sono i pescatori ad aspettare, canna da pesca in mano, e soprattutto il piacere dell’attesa e di quei piccoli tonfi nell’acqua, la risacca.

Solo per questo ci si mette a leggere i salmi, diciamo pure “a pregare”; talvolta come a meditare; perché insomma la preghiera è innanzitutto un meditare all’alba di un giorno che si rivede nuovo, speranza tremolante come l’aria del mattino: faccio domande silenziose. Nient’altro e cerco di capire, di sentire.

Attorno tutto dorme invece, e tutto continua ad essere e a biancheggiare, distante; tutto galleggia, mentre altrove è vivo, persino vorticoso: è vita.

Non sono uno stilita, appeso su di una colonna; e neppure un muhezzin.

I miei tempi di estasi, in cui mi perdo, per così dire, sono attimi e sono intermittenze; il cuore non è capace di fare più di questo. E in questo, il corpo stesso respira dello stesso ritmo delle stelle, le ultime; della luce che s’apre tra le tenebre; mi si allarga il cuore, come dice il salmo; imparo a respirare nel profondo, come se il diaframma si aprisse e gustasse nelle viscere un’aria che mancava, libero da un’oppressione che lo contrae invece quasi sempre.

Questo è l’esito di questo mondo: non c’è dubbio.

Mentre dell’altro e di quell’aprirsi al cielo alla mattina, perdiamo la memoria: solo un rimbombo sordo, un terribile pulsare che sa di tensione, metallica e autoreferenziale, destinata a finire, come ogni macchina per quanto perfetta essa sia.

L’alba dietro i vetri o sul terrazzo, come l’orizzonte che vede l’ammalato la mattina, il ferito e l’indifeso, il disperato. La notte che è passata e l’oggi che mi dà respiro.

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B
Vite dedicate a .....<br /> <br /> Ero al telefono con un'amica siciliana e così parlando di Palermo mi ha raccontato della Festa di S. Onofrio (U Pilusu...probabilmente chiamato così per la lunga barba cresciuta durante i 40 anni nel deserto e forse per questa immagine considerato il protettore dei tessitori); il Santo da invocare per ciò che di caro e prezioso abbiamo perduto e vogliamo ritrovare - mi ricordava l'amica del profondo Sud, paragonandolo - per questo aspetto - a Sant'Antonio da Padova.<br /> E forse anche questa preghiera silenziosa (mirata non solo a ritrovare oggetti, ma anche e soprattutto fede, speranza, il respiro che ci tiene in vita, il sole e la luce che non tramontano mai) può avere ancora senso - mi dico - mentre una buona fetta di mondo ci scoraggia, ci ostacola, ci vorrebbe far perdere "il respiro" tenendo sotto controllo ogni mossa di tutti i semplici "Pescatori della vita".<br /> C' é una preghiera in dialetto siciliano da recitare a Sant'Onofrio che si potrebbe aggiungere nella sezione del Blog dedicata alle Preghiere per:<br /> "....truvari chiddu ca pirdivi diccà stasera..." per restituire ciò che l'ammalato, il ferito, l'indifeso, il disperato hanno "perso".<br /> <br /> Una Festa da onorare a una di quelle Vite consacrate.....per "ritrovare" e "ritrovarsi".
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