Mentre fuori c’è un vento che mi ricorda certe giornate di burrasca, al mare e anche d’estate, con marosi che si divorano la spiaggia (“questo vento che agita anche me”); scrivo davanti al balcone sotto il campanile e mi interrogo - come sempre, e neanche troppo - sull’esito di questo nostro cammino.
Non dev’essere un caso che creare, una volta andava orgogliosamente sotto il nome dello Sturm und Drang.
Creare è come un’agitazione infatti, più che un mettere ordine. Quello semmai accade poi.
La tempesta insomma deve entrarci qualcosa!
Persino Mosè sul Sinai è rappresentato tra i nembi e con un vento che ne sconvolge le vesti, un fuoco che divora. Di sotto invece sento i cori che vengono dalla Chiesa, stonati. E non sono solo canzoncine; non dovrebbero. Chissà se se ne rendono conto della forza del loro interlocutore!
Difficile dire ad ogni modo dove andremo domani, adesso: ed era solo di questo che volevo dire. Del resto è così che abbiamo deciso , che era scritto: che non mettessimo radici. Dormo bene lo stesso; lo confesso.
Così che questa libertà che a volte ci sgomenta e non ci fa dormire (solo un po’), in fondo è la condizione stessa della nostra fedeltà: sono fedele ad essa: mi è stata proposta e poi promessa. Solo un uomo libero può essere fedele, dunque.
Insomma, dove saremo fra qualche mese, non ci è dato saperlo. Non me ne stupisco più di tanto: va sempre così.
Cambierò ancora casa dunque, a scadenza di contratto, mentre molto altro si ferma. Sembra che mi debba sempre lasciare qualcuno indietro, da qualche parte. Ah sì, mi affido al mio intuito, come sempre, nonostante qualche recente debacle; ed anche al buon Dio – non solo a parole! – per capire dove fermarmi domani e poi ancora il giorno dopo.
Ovunque vada del resto la mia casa me la porto dentro con tutte le cose importanti che la fanno tale (“puoi fuggire dove vuoi, ma ovunque tu vada ti porti dietro te stesso” – diceva Seneca al suo amico Lucilio, ricordandogli che fuggire dal proprio malessere è un’operazione perduta in partenza; anche se il mio non è un malessere, no: è solo voglia di qualcosa di vero …).
Come sempre (che grande lezione!) pertanto, se le cose vere sono casa mia e vengono con me dappertutto; delle altre sono costretto a liberarmi, per fortuna: delle troppe scarpe che ho, dei tanti libri comperati; dei barattoli di marmellata; delle scatole di cartone e persino delle mutande in sovrappiù, perché poi uno – accada quel che accada – appena mette tenda da qualche parte, comincia a mettere da parte: “questo può servire e anche questo. E questo non si sa mai”. Insomma la solita tragedia della nostra tentazione sedentaria.
Dovermene liberare di tanto in tanto, non mi sembra poco; non mi sembra male.
Lo si diceva anche ieri. In segreto, quasi a voce bassa, la parabola di questa esistenza, un boccone dopo l’altro, ci è spiegata, con tutte le sue incomprensioni. Liberarsi dell’inutile, alleggerirsi è un dovere che abbiamo verso noi stessi: un gran piacere. Credo che sia questo che mi venga chiesto di continuo: forse è il mio limite da superare.
In quanto al non essere sempre stati compresi ed accettati (si fa paura ai sedentari e ai pigri, sempre un po’ infingardi: amiamo anche loro?) dicono che questa costituisca una condizione di privilegio; una onorevolissima condivisione.
Ve lo immaginate Gesù Cristo omaggiato da tutti; da tutti accolto e considerato il Messia, Salvatore, Liberatore del suo popolo; addirittura monarca in terra, amato dai sacerdoti del tempio e dal Sinedrio; sedentario, che mette casa e radici per sempre, un onesto borghese?
Non è immaginabile infatti; e quel suo non essere amato ed accettato dai più era il segno della follia innovativa che avrebbe rappresentato.
Non fu un uomo comodo.
Non lo siamo neppure noi, talora neppure per noi stessi; anche se nel segreto, da parte, poi ci vengono spiegate cose che ai più sembrano misteriose e senza senso; o forse sono così ovvie che non hanno bisogno di spiegazioni.
Io ad esempio ho un continuo bisogno di spiegazioni, invece.
E mentre in un giorno passo dal libro dei Numeri a Dostoevskij; da una enciclica di cinquant’anni fa, alla Gazzetta dello Sport; mentre scorrazzo da Lou Reed ai padri della Chiesa, alle loro pagine più belle; mentre mi azzardo a scrivere ed a pensare che non tutto è per caso e che tutto si compie, si consuma;
va avanti a suo modo una parabola sghemba che in fin dei conti unisce alla Piramide di Cheope il semino inutile buttato via, che da qualche parte – sempre diversa peraltro – continua a metter su germogli e foglie; poi passa via: senza bisogno di una terra di coltura per l’eternità. Si va.
Gli basta una stagione per vivere e morire, fragile, fortissimo, e che non vuole marcire.
Con quella razza di gente “inquieta” siamo chiamati a convivere, quelli che lasciano barche e proprietà e campi e insomma un po’ tutto, dischi e posate d’argento persino, pescatori saltimbanchi peccatori e gente così; quelli che alla fine se ne vanno in giro convinti che la croce peggiore sarebbe quella di averla una casa per sempre, sempre quella, proprio al centro del paese, la farmacia la posta e le chiacchiere di sempre: due casettine dai tetti aguzzi, Rio Bo. Boh, appunto!
Mentre uno può persino averla una casa, in fin dei conti; e infine viverci ogni giorno come se non fosse sua – c’è e potrebbe non esserci insomma - non una tomba: solo un posto dove si passa.
Passa – no? – la scena di questo mondo. Fotogrammi. Alcune scene rimangono indimenticabili; alcune facce invece già me le confondo.
