E’ un po’ come unirsi in matrimonio; giurarsi (eterna) fedeltà.
Già! Tempi duri questi per la fedeltà (e lo dico anche a me stesso ad ogni modo)...
Essa è quasi il mostro claustrofobico che sembra assumere i toni minacciosi della condanna, come se ci mancasse il respiro, le segrete e la prigione: l’ergastolo e la pena capitale...
O forse è proprio che non sappiamo respirare ormai se non col fiato corto, così come siamo costituiti adesso; e che nulla più appare inevitabilmente stabile e/o per sempre.
E’ questa, un legame per sempre, pur tuttavia l’idea della “consacrazione”, termine che infatti sa di antico, di desueto, di troppo impegnativo: oltre ogni dire.
Diciamo che con essa – come in altri modi - ci si giura amore e ci si dice: “resteremo comunque legati l’uno all’altro, qualsiasi cosa accada”.
Legati e non prigionieri – mi dico – perché legati poi lo siamo sempre – anzi per sempre - alle cose che segnano la nostra vita, quelle che hanno avuto un valore e che dunque ne hanno ancora, quanto meno per le loro conseguenze e per le successive evoluzioni; talora per il loro contrario.
E allora, ecco, non solo quel che viviamo intensamente non è solo per un attimo; ma addirittura non c’è nulla di quanto vissuto – in questa ottica – che non sia per sempre. Nulla è per un attimo! Apparteniamo alla vita che abbiamo condotta ed ai fatti che l’hanno contrassegnata: questo siamo, il loro risultato.
Ma è di una consacrazione particolare che volevo parlare però nello specifico: di quella a Maria. Che fatica arrivarci e spiegare!
E’ che da qualche giorno sto leggendo tra diversi stati d’animo un testo di Luigi Maria Grignion de Monfort e che questo senz’altro mi spinge a riflettervi.
“Fin dai primi secoli dell’Impero d’Oriente già esistevano (395) sigilli che recano evidente la formula della consacrazione a lei (vi si parla di schiavitù e si usa il termine relativo, “doulos”). Mentre lo stesso compare sulla piattaforma ottagonale dell’ambone di Giovanni VII (papa dal 705 al 707) nella Chiesa di S. Maria Antiqua al Palatino, in Roma; e in un mosaico nelle Grotte Vaticane, proveniente dall’oratorio fatto erigere dallo stesso papa Giovanni VII nell’antica Basilica di San Pietro”.
Di una formula di consacrazione (una promessa di fedeltà, dunque dico) si ha notizia in Odilone abate di Cluny dal 994:
“ O piissima Vergine e Madre del Salvatore di tutti i secoli, a partire da questo giorno e per sempre prendimi al tuo servizio e sii mia avvocata misericordiosa in tutte le vicende della mia vita. Dopo Dio io non ho nulla di più caro di te, e volentieri io mi consegno per sempre al tuo servizio come tuo schiavo”.
Qualcosa del genere è riferito nella vita di Pier Damiani.
Mentre nel ‘600 è ampiamente documentata la diffusione di questa forma di consacrazione: fino alle Confraternite ed a qualche eccesso contro il quale si espresse l’Inquisizione, prima delle approvazioni dei papi Clemente VIII, Urbano VIII, Alessandro VII, con relative concessioni di indulgenze.
Mi si potrebbe chiedere a giusta ragione cosa sia questa “schiavitù” (?) e questa obbedienza; e se questa non potrebbe sviare dall’unico vero obiettivo che dovrebbe porsi un cristiano, quello di uniformarsi a Cristo.
Ma Maria – assicura Grignion de Monfort – non solo è stata la prima discepola del figlio, per cui uniformarsi a lei è scegliere la più perfetta dei modelli cristici; ma in sovrappiù, è stata così degna, da poterle offrire il grembo per la sua incarnazione; la via attraverso la quale Dio si fa uomo.
E’ lei senz’altro – assicura – la via più degna e sicura per arrivare a Lui visto che è la stessa attraverso la quale Dio è giunto tra noi, tra gli uomini, per farsi Verbo che si fa uomo.