Non è la scoperta del secolo.
Può esserlo però, per la tua vita. Mi sta capitando così, giorno per giorno; mentre mi vado liberando di quello che ingombra a me stesso: l’autosufficienza, la presunzione, "l'io mi basto".
Se è vero che siamo stati chiamati – chiamati alla vita, in qualunque modo – non è mai per noi stessi: non esattamente; e mai solo per noi.
Siamo chiamati per una speranza ed un conforto da dare, credo. Stare vicini l'uno all'altro e farci coraggio.
Dire che “si deve pescare dalla parte destra della barca”, non per forza da quella che pretendiamo noi. E si impara; anzi ci viene suggerito. E questo ci salva la vita.
Non prendetela come una predica.
E’ la mia esperienza con tutti i miei errori di prospettiva. Il primo passo è renderci conto di essere in un contesto, chiamati in quello, messi là in mezzo ad essere altro da sé.
Voglio dire che a lungo – lo ammetto – mi sono beato alla sola idea, esclusiva, di leggere e scrivere, di conoscere e approfondire per vivere in pienezza ciò in cui presumevo di credere: come se il vaso fosse pieno solo riempiendo per me stesso, per la mia sete, pur rispettabile di conoscenza.
Ma se questo non è al servizio, non è nulla.
Ora certo so - mi sembra di capire - che anche questo può essere un bene nella misura in cui è messo in comune, al servizio, da condividere, diciamo pure "come il pane…"quello quotidiano", la fame che abbiamo sempre appena sorge il sole.
La fede non è un’ideologia; e non è neppure come conoscere a menadito il Capitale; pur avendo essa la sua dignità di cultura: ci mancherebbe: risponde ad un domanda esistenziale, universale.
Non so com’è che queste cose solo ora mi si fanno comprendere: forse rendendomi conto che il mio bisogno è quello di ogni uomo.
Io non voglio sapere solo che Dio esiste; lo voglio vedere nella mia vita ed è l’esigenza e l’esperienza che invocano tutti. Dovevamo salirlo il calvario dell’insoddisfazione e anche del fallimento per capire che ci viene chiesto altro.
So che c’è qualcuno che vorrebbe sentirsi chiamare al telefono, ricevere una mia lettera, una parola; uno che vorrebbe altri che gli stessero vicini in qualche modo, nel pensiero e nella preghiera (“Tu mi sei caro, prego per te!”); e so che in questo modo, Dio si fa uomo e si fa presente tra gli uomini, ovunque: in ogni mondo possibile e in ogni attività.
Questo e non altro.
Che poi c’è anche la volontà di conoscere e di confrontarsi; di leggere e di studiare, volendo; e che anche a questo siamo chiamati. Ma lo siamo soprattutto per essere vicini agli altri uomini, nei loro desideri, nella loro debolezza/incompletezza, in questa che è la vera nostra forza.
Ma ci si arriva col tempo; ci si arriva e poi si dimentica; e dimenticandocene sentiamo il Dio che si allontana, nello stesso modo in cui, facendone memoria, si riscopre che nulla è così vero e così umano, nulla così vicino a ciò di cui noi abbiamo bisogno.
Sì certo, nessun uomo è un’isola – diceva il poeta – e nessun Dio ha detto di cercarlo in un’orrida regione; anche se le regioni del nostro cuore sono sovente anfratti e gole turbinose, dove Dio fa fatica a dare luce e dove non c’è modo di vedere ombra alcuna, men che mai un altro uomo.
Che soffre e gioisce: esattamente come noi.