Noi che non abbiamo una tana come le volpi – sia detto senza piagnistei – e neppure il nido degli uccelli; in questo peregrinare un po’ così siamo stati a lungo in Lombardia qualche anno fa: anche questo ci è toccato! Non si trattava né della Milano da bere, di quella del benessere che fu e della gente tanto perbene che se ne va alla sfilata e sfila poi a sua volta davanti alla Scala, e la domenica sul lago, chi può; mentre gli altri son tutti al centro commerciale;
e neppure di quella che il benessere non ce l’ha (o mostra di non averlo raggiunto) e che pagherebbe di tasca sua, almeno per uno status simbol, se ce ne fossero ancora di così distintivi.
A noi, quel Paese lì, e non solo quella Lombardia, non piace punto e comunque non interessa in alcun modo.
A noi piaceva cercare invece un’altra pace e un’altra ricchezza che poi non è detto che sia esclusiva di qualche luogo.
E ci piaceva pensare che un pasturo sulle Alpi, una vecchia struttura monastica, là tra le montagne, persino in valle per dire, potesse mettercene a disposizione.
Non sono i luoghi in effetti – salvo che per certi aspetti – a determinare la pace, e neppure – entro certi limiti - la qualità della vita, per non dire della nostra fede. Insomma, non è proprio così.
Ricordo di aver reso visita per questo, allora, ad un attempato monsignore in arcidiocesi a Milano (me lo avevano indicato) perché gli si prospettasse la possibilità di creare ex novo un progetto del genere: una vita semplice nel segno del vangelo – dico.
Io non ne ero convinto ancora – stavo in attesa degli eventi – e il monsignore in ogni caso lasciò cader la cosa: chi mai eravamo noi per accampare simili pretese?
Precentemente invece, partendo di tanto in tanto da Milano città, mi recavo a volte tra Bergamo e Lecco, più o meno.
Ah sì, me la ricordo quella linea ferroviaria meravigliosa e d’altri tempi, un binario solo, Trenord, per uscire da Milano e arrivare fino a Pontida, che una volta ho anche sbagliato stazione.Era lì che me ne andavo ospite e in avanscoperta al Monastero benedettino di San Giacomo che si presenta salendo sulla mano sinistra della strada, con un bel campanile sormontato da una figura stilizzata, quella di Giacomo minore appunto; e che sta lì a guardia di un paesotto tornato in voga dopo Alberto da Giussano, a causa di Bossi e di certe pantomine; posto però pieno di dignità e di solennità, silenzioso, non fosse per le auto che passano a non molta distanza, su di una strada di lunga percorrenza tra le Alpi Orobiche, credo.
Mi piaceva quel posto e quell’imbocco.Uscivo di stazione tra una corona di monti e fatti un po’ di passi, dieci minuti a salire, mi ritrovavo sullo spiazzo del monastero che un paio di volte mi ha anche ospitato.
Strano caso, i monaci del luogo erano della stessa famiglia di quelli della Badia di Cava dei Tirreni, dove avevo insegnato un anno e mezzo, appena laureato.
Sono sempre stato trattato con molta cortesia, tranne un esito finale che mi fece un po’ rabbrividire “Padre abate ritiene che non sia il caso di andare avanti nel discernimento” (ahi!, ancora!), causa motivi di buon vicinato – credo – con chi fino ad allora mi aveva ospitato.
Ma questo non conta.
Conta la bella atmosfera che vi si respirava a tutta prima in quel luogo, dentro e fuori, in coro, con le voci sottili e giovanili di don Marco e del suo confratello di cui ora non mi sovviene il nome (chiedo scusa); mentre nei lunghi pomeriggi ero alle prese con i Salteri e i libri di preghiera da rivedere e controllare, in un bel silenzio, ospite in una camera dedicata a San Macario, credo.
Avevo sognato per un po’ – non lo nego – di trovarvi la tana per la volpe, il nido. Così non vanno le cose umane.
Al mattino, si scendeva in chiesa – fredda – per la messa e vi si raccoglieva un po’ di gente del posto e di vecchiette, un po’ come il contado.
Mi sembrò che contassero su di una nuova entrata in monastero – la mia – ma forse era solo una mia proiezione, poco altro.
E una mattina l’ho trascorsa a spalare neve davanti al sagrato della chiesa, tutto fatto con cura; come la volta che mi si disse di pulire la chiesa – in altro luogo, affine - e che mi arrampicai, credo, a venti metri sugli stucchi e su verso le vetrate.
Chi vi entrò per la preghiera del giorno vide una luce che non aveva mai visto in quel luogo. Oh, non ho meriti, nessuno.
La luce uno o ce l’ha o non ce l’ha in alcun modo. E se ce l’hai, te la porti dappertutto. Il che naturalmente non è il mio caso, che vado avanti a tentoni e tra un bagliore e l’altro, fiammella intermittente ecco, questo sì, fiammella.