Le città sono tutte uguali e sono tutte diverse, come lo sono le campagne. Tutto si somiglia.
Così, se il pastore riconosce ogni pascolo da un particolare, la Valle dell’Agrifoglio e quella del Pasturo; il Salto dello Sparviero e quello della Martora, mentre per lui ogni città è uguale ad un’altra: sono solo case e muri e cose fatte dall’uomo; di contro, il cittadino che si aggira fuori dalle mura, non vede che campagne e verde tutti uguali; e gli sembra che non ci sia soluzione di continuità: la terra è uguale a sé stessa dappertutto.
Ora, se il cittadino sogna una città che sia diversa da un’altra (che noia una città dopo un’altra come quelle del commesso viaggiatore!); è forse altrettanto possibile che il pastore sogni una campagna che già non conosca (che noia, un verde che si distingua solo per la maggese o per il pascolo!).
Paradossi di un viaggiare impossibile dunque, dove tutto è stato già visto e raccontato: e le città sognate da giovani, alla fine le abitiamo soltanto con la maturità, da vecchi. I sogni che insomma abitiamo quando non siamo più in grado di sognarli.
Me le sono lette di nuovo queste pagine di Italo Calvino, Le città invisibili, che tanto piacquero a Pasolini.
Me le son rilette e vi ho trovato un mondo al contrario, città vive e piene di morti, città rovesciate, una sopra e una sotto – come specchi e caverne sotto il suolo; proiezione e assenza insomma; ironia malinconica, Mille e una Notte, carabattole che diventano carrozze e catapecchie che aspirano a diventare regge, come le donne, belle e brutte che siano, come i cervelli, modesti o geniali che siano.
Siamo tutti ragni e topi abbarbicati ad una tana stipati nella piazza e nella stazione, nell’androne del palazzo della città che abitiamo come un sogno mancato; e solo viaggiando – ammesso che si possa dare un senso al viaggio, se poi tutto è uguale - si scopre che la sorte del topo è la stessa ovunque: camminare di notte in mezzo alla mondezza e sulla fogna.
Che ogni topo suvvia, sogna di volare; ma intanto si gonfia il ventre come un maiale con la prima scorza che gli capita sottomano, diventando obeso davanti al televisore dove si vede vivere come dice che vorrebbe fare e rinunciando infine alla leggerezza, che forse lo farebbe volare.
Gli uomini – dice Marco Polo a Kublai Kan – percorrono la stessa città per tutta la vita e la vita è una città piena di infelici che non sanno lasciare il proprio paese. Forse Marco Polo era stanco che tutto si somigliasse a quel modo ed il Kublai di conquistare sempre la stessa cosa e genti tutte uguali.
