Vado a braccio. Leggevo un paio di settimane fa di un giovane calciatore dilettante, in Germania, uno sconosciuto, nient’altro; ma un essere umano, inviolabile, sacro, che ama giocare a pallone come me, come milioni di persone.
Il ragazzo dunque, a vent’anni – come tanti, purtroppo - scopre di essere stato attaccato dal tumore ad una gamba, un attrezzo del mestiere insomma.
“Voglio giocare” – ha continuato a sostenere, fino alla fine, e non per capriccio, ma per amore della vita. E per amore dello sport, che è vita...
Il ragazzo ha combattuto insomma, fin quando ha potuto (“Nino non aver paura di tirare un calcio di rigore, non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore..” – diceva la canzone); ha provato a giocare – è così che si fa - persino con una protesi ad un ginocchio, per dire...
Poi le cose sono andate come sono andate, ma insomma ci abbiamo provato…
La forza dell’uomo, e dell’atleta…
Ingesson, Borgonovo, mille altri nomi potrebbero tener dietro a questi casi. E’ una bella cosa, una grande lezione, un esempio, in un mondo che perlopiù di esempi ne offre sì, ma solo di inutili, di cattivi…
Certo non è una prerogativa esclusiva dell’atleta.
In ogni categoria sono iscritti lottatori mai domi. E a tutti va il titolo di “cammpioni universali”: il nostro sport è resistere, è darci da fare, porci un obiettivo più in là…
Per inciso, infatti non a caso mi sono piaciute molto le parole di Emma Bonino rese note circa un mese fa, alla vigilia delle elezioni presidenziali. La Bonino, dichiarando infatti la sua malattia ha detto: “continuo a coltivare le mie passioni. Io non sono la mia malattia che è solo una cosa che mi è capitata”.
Di storie così lo sport e non solo pullula dunque e costituisce in sé una bella lezione di vita (e di fede in essa, oltretutto).
Acerbi, calciatore e difensore del Sassuolo (è passato anche dal Milan) ha appena ripreso l’attività dopo un tumore ai testicoli, in serie A.
Abidal, francese ex del Barcellona, è un altro che non ha mollato mai.
Ce ne sono, ce ne sono: “Io non sono la mia malattia”.
Perché la voglia di vivere e di giocare – in ogni senso – (e questo finalmente sembrano averlo capito anche i medici tutti d’un pezzo di una volta) è decisivo: qualità della vita. Tutto è curabile, anche se non si guarisce. C’è un’unica malattia di cui temere in assoluto: aver perso il gusto della vita.
Ed è a questo che la medicina deve puntare: a che le terapie – talora gli accanimenti – gli approcci alla malattia, non tolgano questo gusto che a nessuno, in nessuno stadio dell’esistenza, dev’essere sottratto. Mi dirai: “ma la verità…”.
La verità è che ogni giorno può essere l’ultimo e ogni ultimo giorno – ogni giorno, invero – non è giusto che sia una crocifissione.
Voglio andare in gol con la mia protesi e con le mie ferite; il mio tumore ai testicoli: ma voglio ancora andare in gol, provarne l’ebbrezza. E’ primavera e sui campi è bello anche per me.
