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Mercanti in cassetta

Pubblicato da enzo cilento su 3 Febbraio 2015, 18:22pm

Tags: #un altro sport

Che altro è questo se non un altro sport?

Riempivamo i nostri album di figurine di sconosciuti, mai visti; sognando che l’esotico pagasse sempre. Non era così. E allo stesso modo dovevano fare anche un bel po’ di addetti ai lavori, visti certi risultati. Eppure, che risate!

Insomma, c’è stato un tempo, non tanto tempo fa, in cui una delle passioni del tifoso, il calciomercato - una sorta di mercato delle vacche ((sia detto con rispetto per vacche e calciatori di valore) - passava attraverso l’incognita spesso truffaldina del VHS, delle videocassette o addirittura del sentito dire: era così che si vendeva il campione! O il bidone.

Inutile aggiungere che la fregatura fosse dietro l’angolo; e che in Italia, in seguito a questo sistema, arrivava di tutto; senza neppure andare a scomodare il calcio delle origini, per il quale peraltro restano leggendari gli arrivi di certi uruguaiani e argentini, ora al Genoa, ora all’Inter, persino alla Juve, i quali sbarcarono impomatati e sovrappeso, dopo mesi di navigazione oceanica: e nella migliore delle ipotesi si trattava solo di ex calciatori.

Ma quelli erano davvero i tempi del Titanic, si dirà…

Beh, non esageriamo!

Di recente, mi vengono in mente storie non meno pietose, come quella che tira in ballo i sudamericani Ruben Paz e Perdomo, giunti nel capoluogo ligure (ancora), uno ingrassato ex campione mai esploso, a fine carriera (parliamo della fine degli anni 80); e l’altro – un armadietto a più ante – che si muoveva a tempo di moviola (e fu così che veniva soprannominato, vista la dinamica), un bandoneon.

Sempre nella stessa città, nei favolosi ’80 (?), giunse invece tra grandi clamori il brasiliano Eloi, Francisco Chagas Eloia, che portò con sé soprattutto una gran bella chitarra in dotazione e per questo, non per altro, rimase celebre nella storia dei Grifoni.

Baffetti e chioma riccia, fu spacciato per un vero artista: temo, solo “della chitarra”. Lo attesero con impazienza: invano.

A Lecce, presero invece, ma a fine carriera e quindi per dire un eufemismo, fuori forma, un altro brasiliano, tale Toffoli, un gran campione – si disse – un grande passato dietro le spalle. Come Jardel: altro flop declinante per l’usura del tempo, quanto meno.

Quando, dopo poche partite si capì la truffa ordita, Toffoli comunque venne scortato in aeroporto dai tifosi minacciosi, con la raccomandazione che non si facesse più vedere; mentre il Caraballo che si chiamava Jorge Washington, pisano degli anni 80 – altro lentissimo pede – alla fine di un contratto fallimentare (un paio d’anni), se ne tornò in patria (Uruguay), dove un giornalista del Corriere lo scoprì anni dopo a fare il tassista, suo primo mestiere.

A proposito di chitarristi, come si fa a dimenticare il chitarrista country Alexis Lalas, del Padova, difensore che scovarono “Dio sa come” negli Stati Uniti?

E come non dire tra gli artisti del genio ballerino di Edmundo, detto “O animal” che volava immancabilmente in patria per il suo Carneval?

A Roma ricordano ancora Portaluppi (Brasile), nottambulo, e altre amenità del genere (celebre il rumeno Pit, tra gli altri; e il biondo argentino Bartelt); mentre dal Centramerica pescarono una volta Medford (il Foggia) e un’altra Caballero, nome omen, all’Udinese, “caballero” per niente.

Anche se nessuno, forse a torto, come Luis Silvio della Pistoiese (una sola stagione in A per i toscani), con questo tale che venne scambiato per un attaccante per un problema di lingua (l’ala non è un puntero in Brasile).

O come Ma (o Mah?) che Gaucci pescò in Cina. Si trattava di un nazionale, sì ma cinese: e forse ex. In realtà si disse che Gaucci avesse scambiato il cognome: insomma fu preso per errore.

Con le VHS viaggiarono anche altri sconosciuti: Caio, brasileiro, all’Inter; e le summe del calcio di Rozzi, ascolano: Trifunovic e poi ancora Zahoui, primo africano sbarcato nel calcio nostrano, Dio solo sa come.

Segnavano gol a grappoli anche Skov e Severeyns, Avellino e Pisa, prima di venire in Italia (poi bisogna vedere a chi): qui da noi, “nisba”, come tale Anastopoulos che ricordo in campo con la pancetta del salumiere;

mentre fu una vera disperazione il Davor Cop che portarono in Toscana; Aaltonen, finlandese portato a Bologna; e per finire e non far torto a nessuno, anche quei milanisti pre- Berlusconi, Blissett e Jordan. Il primo, detto anche Sciagura, come Calloni, giocava nel Watford, la squadra di Elton John. Inutile dire che cantò una sola estate.

Infine il colpo del secolo: Gheddafi, junior ovviamente, ma qui l’affare lo fecero Gaucci e i petrolieri della Doria, che si misero in tasca una bella serie di contratti in esclusiva col Paese del figlio del Presidente: insomma il calcio c’entrava poco.

Noi ragazzini sognavamo di fronte a questi nomi esotici presi sulla bancarella del procuratore di turno. Loro si divertivano.

Dopotutto – come diceva il presidente Anconetani – di quattro, uno che valeva c’era sempre – magari per errore - e tanto bastava a fare l’affarone, visto che veniva pagato in noccioline.

Alla mia Inter, tra le più raggirate, toccò pure il bel Vampeta che posò per una rivista per soli uomini, come Datolo, argentino.

In campo furono una pena, magari altrove saranno stati un bel vedere.

Chissà.

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