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Suprema imperfezione

Pubblicato da enzo cilento su 8 Maggio 2014, 10:10am

Tags: #in vista

Se “il tuo nome è nei cieli”, come per esempio trovo scritto nel salmo 35, appena letto, quello “stare nei cieli” – mi scopro a pensare - è solo il trovarsi scritto di questo – di un dio pensante - nell’armonia che chiamiamo creato, che del resto gli antichi già dicevano cosmo.

Guarda il bello dell’esistente e il necessario e non puoi sfuggire a questa suggestione insomma …

E’ l’ordine dell’universo, la sua bellezza – m’incanto - la sincronia dei movimenti, sonitus dei pianeti e delle sfere, delle orbite, delle rivoluzioni e delle rotazioni che testimonia la presenza come di un Leonardo e di un immenso astronomo disegnatore che ha ideato l’universo, regolandone la vita, le vite, i cambiamenti, i moti, le continue mirabolanti trasformazioni, la loro concatenata necessità.

E se un corpo del resto fa capo nel suo funzionamento ad un centro nervoso (da qui parte ogni movimento anche periferico); che invia segnali elettrici ed input a tutte le sue parti, come accade visibilmente al corpo di ciascuno di noi; ecco che questo centro stesso sta in quella corporeità che rappresentiamo e che si chiama ciò che dà vita, che mette alla luce.

Il nostro corpo fa capo ad un movimentatore – come se un scoppio lo muovesse; così come il corpo di questo vivere dell’universo, il suo respiro, non può non far capo ad un pensiero e ad un attivatore che lo produce e lo riproduce.

Ed è ciò che da sempre gli uomini si domandano, pensando a chi sia, al suo volto, al sole, all’energia al fuoco al Dio degli Ebrei e a quello di qualsiasi gente, Dio che sta lassù, appunto, cioè visibile nell’equilibrio superiore, perciò inteso alto e là in alto, dove neppure arrivi, tra le nuvole e lo spazio.

Né ci spaventa che chi nello spazio ha navigato abbia solo veduto un grande buio e lui non l’abbia incontrato: tu sei comunque in ciò che si mantiene a galla e in vita, secondo leggi e prodigi che chissà …

Mi convince e mi affascina stamani tutto ciò, pur nell’imperfezione di ciò che è; allo stesso modo in cui “i cieli narrano la gloria di Dio”, l’universo appunto, che “tenebre all’universo meni” - come scrive Foscolo.

Eccolo dunque il dio del cielo a cui puntiamo il dito come i bambini; il quale non sta in cielo dunque, ma che in tutto quel che è cielo ed è spazio lascia il segno della sua presenza, Dio pensiero; cosicché, all’immagine infantile del Dio che abita lassù, tra le altre sfere, dovremmo forse imparare a sostituire, indicandola, quella di un Dio che pensa a tutto ciò che è più ancora del lassù: è quaggiù, è ovunque sia essere che è: costruzione, ideazione, pensiero che fa; e che ogni cosa fa in modo ottimo e ragionevole, pur tra le tempeste e le sciagure, i drammi della morte e di ogni trasformazione, tutto con infinita previdenza per chi vive; perché chi vive stesso è frutto di un’esistenza fortemente pensata: altrimenti, cos’altro?

Forse è questo – mi dico – che va detto, persino ai bambini: che tutto, dopotutto, testimonia una perfezione matematica, armonica di quanto è;

a meno che il caso non sia così razionale da superare la casualità dell’avvenire senza ragione, il che non è in alcun modo pensabile.

Pensiero dunque più grande della nostra categorizzazione, dei nostri giudizi e delle nostre condanne, spesso immorali, fatte col bilancino del nostro povero cervelletto; e che invece vola alto, vola ovunque e spiega l’esistente, altrimenti senza risposta.

E’ in questo che sta la consolazione. La nostra esistenza è più grande di qualsiasi legge umana, di qualsiasi tribunali. Lui, nessuno lo ha visto, pur vedendolo tutti e ovunque e tutti esistendo e vivendo ne vediamo a tentoni il volto, nella bellezza di quel che è, suprema imperfezione

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