C’è un solo modo per pregare e forse per essere lieti, e non solo perché del doman non c'è certezza: è quello che porta a non pretender nulla.
Solo non chiedendo nulla - mi rendo conto - si ha la sensazione di avere tutto, quasi; benché così non sia mai, fortunatamente.
Uno sta bene cioè per quel che è, per quello che ha, per quello che sta facendo, non guardando né troppo avanti né troppo indietro.
Non so se sia questo il segreto della perfetta letizia di cui ci parlano i testi francescani delle origini. So che si sta lieti se non si attende nulla, nulla che ci sia dovuto, ribadisco.
Forse tutto questo finisce col lasciarci inerti, con le mani in mano, senza la pretesa di cambiare la nostra vita e neppure il mondo; senza rivoluzioni.
O forse la rivoluzione, se la vuoi, è il tuo stato che però neppure ti scompone, che non procura rabbia, più; al più la pace che nasce dal non fare null'altro, non essere null'altro di quel che sei.
Capita in rari momenti di assaporarla questa preghiera un po' arrendevole e un po' liberatoria: ciò che è, è. E quel che sarà, in fin dei conti, sarà.
Gustarsi la voce di chi sta attorno a te e canta; il suono dell'organo e della chitarra, se capita; la luce e il cammino, quanto ci circonda.
Che non è Paradiso e neppure resa all'Inferno. Che l'Inferno è remar contro, sempre, senza posa e remare contro te stesso. Ché tanto la vita va lo stesso. E non c'è neppure tristezza in questo.
Quando non sai più cosa chiedere, perché nulla ti è chiaro più, salvo che tutto vada com'è giusto per te, secondo la tua natura e la Grazia di un soccorso e di un incontro, ti rendi conto che è molto più facile vivere: non ho nulla che vorrei, se non quel trovare coraggio forza e pazienza per andare avanti con quello che sono.
Evviva questa stanchezza da naufrago, insomma!
Mi è indescrivibile, dico, questo stato sospeso che non dice più nulla e che non pretende. Sento come la pace della resa: è vero.
Sono questo e quello: sono questo e quello e c'è il meraviglioso e l'orrido anche nel fondo della mia esistenza. Va bene anche così.
Non voler raddrizzare tutto quello che non è andato; non voler tornare sui propri passi non avendoli mai superati appieno, tanto da restarvi impantanati; non voler trovare una soluzione a ciò che non ne avrà mai e che costituisce il mistero delle nostre incomprensioni o dei nostri successi, della nostre occasioni mancate o delle svolte a destra o a manca e dirci "chissà se...".
Non c'è tempo, non vale la pena, per il chissà "come sarebbe andata se": è il tempo di far pace con ciò che è stato. Ogni partita ha il suo tempo; ogni azione la sua parabola, nascita e fine. Non basta?
Mi basta per fermarmi e per sentire che pregare così, sostare, mi fa bene; mi fa sorridere e commuovere, ritrovare di nuovo le cose che amo e per cui è valso vivere e per cui continuerei a farlo, all'infinito.
Forse esser lieti non è poi così tanto diverso.